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parole di Lorenzo Becciani

febbraio 24th, 2017

Metal Allegiance
Metal Allegiance

Una sfilza di celebrità per uno dei dischi più inutili della storia del metal. Mi vengono in mente alcune di quelle raccolte che le etichette realizzavano, soprattutto negli anni novanta, a scopo promozionale oppure certe colonne sonore compilate senza il minimo filo logico quando andava di modo pubblicarle. L’idea è partita da Mark Menghi che ha voluto al suo fianco leggende come Mike Portnoy (Dream Theater, OSI), David Ellefson (Megadeth) e Alex Skolnick (Testament) oltre ad un numero esagerato di ospiti illustri. Gli unici momenti passabili sono però ‘Gift Of Pain’ che vedono la presenza di Randall Blythe dei Lamb Of God e Gary Holt degli Slayer e ‘Dying Song’ canzone che evoca ‘The Great Southern Trendkill’ dei Pantera ed infatti è impreziosita dal cantato di Phil Anselmo. Il resto del materiale è di una boriosità allucinante con citazioni inique e personaggi del calibro di Charlie Benante, Chuck Billy, Ron “Bumblefoot” Thal, Phil Demmel, Jamey Jasta, Troy Sanders e Andreas Kisser utilizzate come comparse quasi fossimo al cospetto di una cover band. Un peccato anche perché un duetto come quello tra Mark Osegueda dei Death Angel e Cristina Scabbia dei Lacuna Coil avrebbe potuto essere molto interessante. ‘Metal Allegiance’ è invece una mera operazione commerciale che lascia l’amaro in bocca.

febbraio 23rd, 2017

Children Of Bodom
I Worship Chaos

Se c’è un disco di cui volevo parlarvi da mesi è ‘I Worship Chaos’. Il promo è arrivato in redazione ad inizio estate e quindi ho avuto modo di ascoltarlo a fondo, amarlo, criticarlo ed innamorarmene di nuovo. Devo confessare che mi sono emozionato a ritrovare i finlandesi in questo stato di grazia dopo tanti anni in cui il loro nome era passato in secondo piano a causa di release meno consistenti e del consueto andamento oscillatorio del mercato. Il primo aspetto da sottolineare è che ‘I Worship Chaos’, un po’ come il precedente ‘Halo Of Blood’, compie un altro passo a ritroso verso le atmosfere degli esordi ma allo stesso tempo propone pezzi moderni come ‘Morrigan’ e ‘Hold Your Tongue’ che non tradiscono l’evoluzione dell’ultimo decennio. La traumatica separazione con Roope Latvala potrà creare qualche problema dal vivo ma al pessimismo diffuso sul loro conto da molte riviste specializzate e webzine Alexi Laiho ha risposto con il migliore lavoro in studio da ‘Hate Crew Deathroll’ a questa parte. Il chitarrista ha dato sfogo alle proprie paure rendendo il suo songwriting ancora più glaciale e oscuro ed arricchendolo con un riffing devastante che spiega perché la sua celebrità è arrivata fino ad oltreoceano. Chi è cresciuto ascoltando death metal melodico non potrà che commuoversi di fronte alle letali ‘I Hurt’ e ‘Prayer For The Afflicted’ ma ciascuna traccia ha il suo peso specifico nell’economia generale del suono e l’ordine della scaletta è perfetto. ‘My Bodom’ è il classico riferimento alla tragedia del Lago più temuto dal popolo lappone e narrato un po’ in tutte le trasmissioni a carattere giudiziario. La title track e ‘All For Nothing’ riflettono invece la caratura della band dal vivo e sono il risultato di un approccio più condiviso con gli altri membri. Nell’edizione digibook spicca la rilettura di ‘Black Winter Day’ degli Amorphis e non ci sono parole per descrivere le sensazioni derivate.

febbraio 22nd, 2017

The Black Dahlia Murder
Abysmal

Trentasette minuti di dolore gentilmente offerti dalla band di Waterford che con il passare del tempo ha guadagnato con merito una posizione di rilievo nel catalogo della Metal Blade e nell’intera scena estrema mondiale. Un successo scaturito soprattutto grazie ad una serie di performance live strabilianti che hanno permesso di passare indenni la crisi del metalcore ed accrescere di release in release la propria fanbase. La durata è quella tipica dei dischi thrash ma i Black Dahlia Murder, che pure non disegnano il riffing secco e tagliente di quel genere, preferiscono operare in ambito death metal melodico con influenze deathcore spiccate. ‘Abysmal’ è infatti più vicino agli esordi di ‘Unhallowed’ e ‘Miasma’ rispetto a ‘Ritual’ e ‘Everblack’ ma il risultato, in termini di impatto e adrenalina, cambia poco. Parte ‘Receipt’ e subito veniamo assaliti da ritmiche schiacciasassi e dall’impeto vocale di Trevor Strnad che, visto il numero impressionante di date dal vivo, ha compiuto progressi enormi in fatto di estensione e tenuta. Seguono ‘Vlad, Son Of The Dragon’ e la title track che si ergono epiche quasi a consacrare il mix tra Cannibal Corpse e At The Gates propagandato negli anni precedenti senza scendere ad alcun compromesso. ‘Re-Faced’ è la traccia che mette in maggiore evidenza la straordinaria tecnica dei chitarristi Ryan Knight e Brian Eschbach mentre ‘The Fog’ e ‘The Advent’ sono più riflessive ma non per questo meno devastanti.

febbraio 21st, 2017

For Today
Wake

L’operazione di rinnovamento del catalogo della Nuclear Blast passa anche per questo gruppo metalcore cristiano che di disco in disco sta riscuotendo sempre maggiore consenso. Un processo di crescita continuo che ha acceso i riflettori sulle qualità del frontman Mattie Montgomery che dispone di un’estensione superiore a quella di tanti colleghi e di conseguenza permette al resto dei membri di issarsi su standard importanti. Il pregio più grande di ‘Wake’ è quello di avere imparato dagli errori o comunque dalle sfumature meno efficaci delle release precedenti ed avere racchiuso in meno di trentasette minuti tutta la tensione che la formazione è in grado di produrre dal vivo. La durata è quella tipica degli album thrash e l’impatto non è da meno con ‘Broken Lens’ e ‘Forced Into Fire’ che sono subito apparsi degli ottimi singoli. Per tutta la scaletta il guitar work di Brandon e Ryan Leitru non scende mai sotto un certo livello e riporta alla mente l’impatto dei Lamb Of God oppure volendo citare un nome meno importante quello degli Aversions Crown. Alcuni breakdown riflettono poi l’influenza dell’hardcore di matrice newyorkese con il batterista David Puckett capace di un paio di stacchi niente male. Oltre ai pezzi citati consiglio ‘No Truth No Sacrifice’, ‘Deserter’ e ‘Wasteland’ che dimostrano come la band non desideri essere inserita in nessun calderone e tenti a più riprese di stimolare sé stessa ed il proprio pubblico con divagazioni personali.

febbraio 20th, 2017

Sanctus Infernum
Other Gods

Gli americani sono devoti ad un blackened death metal con venature doom che hanno convinto la Satanath Records, etichetta degli Enoch, ad offrire loro una possibilità. Non fatevi tradire dall’artwork perché il songwriting che si cela dietro a ‘Other Gods’ è chiaramente orientato verso un pubblico più allargato rispetto a quello che di solito gravita attorno al circuito estremo a stelle e strisce. Alla chitarra troviamo Mark Anderson, ex Satyros e e Manilla Road, mentre il microfono è stretto da Ricky Vanatta, con il collega nei Grand Facade e negli Inner Voice e attivo anche con AxX Of Hate, Chapel Of The Eye e Static Face. Con loro il solido batterista Chris Johnson per otto brani di medio-lunga durata che segnano progressi significativi rispetto ai primi due lavori. I cinque anni trascorsi dalla pubblicazione di ‘Martyr’ sono serviti a selezionare il materiale in maniera più rigida e rendere più personale un suono che avrebbe ancora bisogno di caratterizzarsi dal punto di vista lirico. La title track, ‘Polaris’ e la conclusiva ‘Dream-quest’ si distinguono come gli episodi più interessanti di un full length destinato ad attrarre solo i fedelissimi del genere.

febbraio 19th, 2017

Enoch
Sumerian Chants

A distanza di undici anni dall’enigmatico debutto ‘Enuma Elish La Nabu Shamu’, la funeral doom band italiana ci regala quello che può essere considerato il proprio capolavoro ed a tutt’oggi uno dei migliori esemplari del genere usciti nel vecchio continente. Il passaggio a vuoto ‘Tetragrammaton’ aveva aperto una profonda crisi all’interno degli Enoch e il lungo periodo intercorso prima di pubblicare nuovo materiale è la conferma di quanto complessa sia stata la gestazione di ‘Sumerian Chants’. Adesso però possiamo godere di otto tracce nelle quali dissonanze, caos, ritmiche potenti e dilatate, atmosfere lugubri e voci evocative regnano nel buio dei nostri incubi. Il cantato femminile di ‘The Sleepless King, A Curse On Uruk’ spezza la tensione prodotta da una scaletta dominata da liriche esoteriche e ricche di riferimenti mitologici con titoli presi in prestito dai Nile di Karl Sanders. L’artwork di Mauro Berchi dei Canaan si adatta a meraviglia alla presenza gotica che aleggia dietro le quinte mentre ‘Black Night Over Unfigured Distances’ e ‘The Land Of Enoch’ esprimono il loro insostenibile disagio di vivere. Per poco più di quaranta minuti non vedrete un’uscita da un’esistenza di perdizione e mediocrità.

febbraio 18th, 2017

Fragore
Asylum

La death band piemontese si riaffaccia sul mercato con un terzo full lenght che da una parte serve da compendio dei primi due lavori e dall’altra segna un’evoluzione marcata in termini di suoni e produzione. Alla console Ettore Rigotti (Destrage, Slowmotion Apocalypse) si è veramente superato e immagino quanto sia stato complicato scegliere un singolo o comunque un pezzo per promuovere ‘Asylum’ in rete tra gli undici usciti dai Metal House Studio. La mente dei Disarmonia Mundi ha saputo combinare la matrice modern death della band con le influenze thrash e alcuni retaggi della vecchia scuola. Adesso i Fragore possono dirsi completi e mazzate del calibro di ‘Hidden Truth’, ‘Revenge’ e ‘Made Of Steel’ rappresentano delle vere e proprie sentenze nell’ottica di una maggiore esposizione a livello nazionale e internazionale. Per raggiungere l’obiettivo sarà necessaria quella presenza dal vivo che finora è un pò mancata ma di certo ‘Asylum’ è un ottimo punto di partenza. Da segnalare l’omaggio a Chuck Schuldiner di ‘Control Denied’ e la stupenda chiusura di ‘Children Of The Sky’, probabilmente uno degli episodi più ambiziosi di tutta la loro discografia. Se avevate apprezzato ‘The Reckoning’ andate sul sicuro.

febbraio 17th, 2017

Cullen Omori
New Misery

Lo scioglimento degli Smith Westerns ha spinto l’efebico frontman cresciuto al Northside College Preparatory School di Chicago ad intraprendere la carriera solista, un pò per se stesso ed un pò per rispondere ai Whitney creati in fretta e furia da Max Kakacek. ‘New Misery’ trasmette subito l’impressione di essere al cospetto del trio indie senza gli altri membri, con maggiore attenzione agli stacchi vocali ed all’ampiezza dei cori e influenze glam in misura minore rispetto ad un tempo. Se avete apprezzato in singolo uscito in anteprima, ‘Cinnamon’, vi troverete a vostro agio nelle ambientazioni melodiche dell’album che ha visto il contributo di James Richardson e Loren Humphrey ed è stato prodotto da Shane Stoneback, dietro la console per Vampire Weekend e Fucked Up. ‘And Yet The World Still Turns’ e ‘Sour Silk’ sono gli altri due apici di una scaletta compatta da cui emergono influenze dark e psichedeliche che permettono di distinguersi dal noioso panorama indie tradizionale. Un pò di coraggio in più non avrebbe guastato, soprattutto in pezzi come ‘No Big Deal’ e ‘Be A Man’ che guardano più al passato, ma probabilmente, dopo un certo periodo di silenzio, Cullen Omori aveva bisogno di conferme. Magari in futuro si aprirà maggiormente al proprio pubblico e la sua proposta diventerà ancora più interessante.

febbraio 16th, 2017

Arca
Mutant

Credo che la musica del poliedrico produttore di origine venezuelana colpisca più che altro per la notevole quantità di dettagli e sfumature che la caratterizza. Il successo che sta riscuotendo ‘Mutant’ non mi sorprende anche se sinceramente avevo apprezzato più ‘Xen’ per il suo carattere sperimentale spiccato. In questo caso Alejandro Ghersi, già noto in passato come Nuuro, ha cercato di incrementare la solida reputazione costruita nell’ambiente grazie alle collaborazioni con Kanye West, Fka Twigs e Björk. Si passa da retaggi del mixtape ‘Arca &&&&&’ a referenze legate a quanto espresso con ‘Vulnicura’, da influenze hip hop a stacchi idm e ambient che alimentano una tensione positiva. Cadenze bass e trap, synth modulari e glitch che arrischiscono una produzione che non teme confronti con quelle degli album che tutti gli anni fanno incetta di Grammy Awards. La sensazione è che le numerose concessioni melodiche spingeranno gli addetti ai lavori a definire ‘Mutant’ un leggero passo indietro rispetto al debutto ma che la scaletta in questione possa allargare non poco lo spettro di pubblico di riferimento con tutto quello che comporta. Non a caso il disturbante artwork di Jesse Kanda simboleggia un personaggio che va incontro alle persone alla luce del sole. Oltre all’immensa title track, ‘Anger’ e ‘Snakes’ i passaggi che vi lasceranno a bocca aperta a mio parere anche superiori al singolo ‘Vanity’.

febbraio 15th, 2017

Nothing But Thieves
Nothing But Thieves

Questa band originaria di Southend-on-Sea viene presentata dall’etichetta discografica come la nuova promessa del rock inglese e se così fosse sarebbe l’ennesima dimostrazione di come il mercato anglosassone sia caduto in basso. In questo debutto non c’è una sola nota che non sia già sentita o ridondante e voglio sinceramente sperare che i Nothing But Thieves non siano questi ma al contrario dei bravi ragazzi che abbiano seguito i consigli di una major storica spersonalizzando il proprio stile e mettendo da parte le idee più convincenti. Così non fosse non saprei proprio cosa potremmo farci di un miscuglio sterile di Muse, Radiohead e 30 Seconds To Mars con chitarre imbarazzanti e coretti pop pronti all’uso quando gli arrangiamenti arrivano ad un vicolo cieco (‘Itch’, ‘If I Get High’ e ‘Hanging’). A tratti i synth diventano protagonisti (‘Hostage’ e ‘Trip Switch’) ma il risultato non migliora. Un’altra considerazione è quella che non mi stupirei affatto che Conor Mason portasse avanti una carriera solista in caso di insuccesso della band. Questo perchè le sue doti sono evidenti e si prestano a stili differenti e lontani dall’alternative rock sponsorizzato sui social network quasi fosse la formula di un detersivo smacchiatutto.

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