Saxon
Warriors Of The Road

Biff Byford è più attivo di un ventenne. Prima il tour con i Saxon, poi la registrazione e la promozione del discreto album dei The Scintilla Project, adesso questo dvd live e poi sotto con le lavorazioni del successore di ‘Sacrifice’. Ce n’è da farsi venire un infarto eppure il frontman, nelle interviste e nelle uscite pubbliche, non trasmette mai la sensazione di essere al limite. Al contrario la sua calma ed il suo sarcasmo, tipico da inglese, contribuiscono a rendere magico un personaggio che è parte integrante della storia dell’heavy metal. Per essere protagonisti dopo così tanti anni non sono infatti sufficienti talento e attributi ma è necessaria una predisposizione al cambiamento che non tutti possiedono. Anche se i Saxon sono rimasti stilisticamente fedeli alle origini non hanno mai cessato di mettersi in gioco ed ogni loro release è un modo di aggrapparsi con forza alla modernità e la dimostrazione di un’attitudine rara da trovare in circolazione. Arriva nei negozi il secondo volume di ‘The Saxon Chronicles’ che include l’esibizione dell’anno scorso allo Steelhouse Festival, tra le montagne gallesi, come focus principale del dvd e succosi estratti da altri eventi estivi quali Wacken, Download e Graspop. Paul Quinn e Nibbs Carter fanno come sempre la loro parte e classici del calibro di ‘Crusader’, ‘Denim & Leather’ e ‘Princess Of The Night’ non hanno bisogno di alcuna presentazione. Un ‘Heavy Metal Thunder’ è pronto ad abbatersi nuovamente su di voi e questo è il motivo per cui comprerete una copia di questo doppio dvd nonostante le immagini non siano di primissima qualità ed il footage extra non risulti certo indispensabile.

Alice Cooper
Raise The Dead – Live From Wacken

Molti di voi sono più veloci della luce nel cercare qualcosa su google. Andate quindi a vedere quanti anni ha Vincent Furnier, quanti dischi ha pubblicato e quando è uscito il suo debutto poi tornate a leggere le mie parole. Purtroppo il Wacken non è un festival per tutti. Non si fa a tempo a concludere un’edizione che i biglietti per la successiva sono già esauriti tra le imprecazioni di migliaia di fans di tutto il mondo. Qualche volta però i dvd sono una buona soluzione per sentirsi parte di un evento. E’ quello che accade con lo splendido ‘Raise The Dead’ che permette di vivere un concerto memorabile direttamente dalle prime file del Black Stage. A lasciare atterriti sono la solidità dei musicisti sul palco e la costanza della voce di Alice Cooper per una performance che dovrebbe fare riflettere tante band di oggi. Sfido chiunque a superare il livello di teatralità e adrenalina di questa esibizione e non sto parlando solo di shock rock o metal. Nelle immagini che scorrerete ci sono tutti i trucchi del music business, le inquadrature giuste al momento giusto, l’energia che serve per fare battere le mani al pubblico e muovere più culi possibili. La scaletta è pazzesca e tempo pochi minuti vi troverete a cantare ‘House Of Fire’, ‘Mr. Nice Guy’, ‘Billion Dollar Babies’ e ‘Hey Stoopid’. La seconda parte del concerto non subisce cali come qualcuno avrebbe potuto pensare. Al contrario le versioni di ‘Dirty Diamonds’, ‘I Love You Dead’ e ‘Schools Out’ sono di quelle in grado di scrivere la storia. Da segnalare le cover di ‘Break On Through’ dei Doors’ e ‘Another Brick In The Wall’ mentre un capitolo a parte lo merita Orianthi Panagaris. Signori, fate come volete, guardate pure al mero lato tecnico ma la signorina con le cosciotte rigogliose ed il sangue che scende dalle labbra è parte rilevante dello spettacolo. Vedremo se Nita Strauss sarà capace di mostra la stessa grazia.

At The Gates
At War With Reality

Non so quante volte ho parlato con Tomas Lindberg riguardo ad una possibile reunion della band che lo ha reso celebre nel movimento metal e mai ho avuto un’impressione tanto forte di scarsa convinzione. Non possiamo sapere realmente cosa sia successo dopo l’immenso ‘Slaughter Of The Soul’ ma le perplessità diffuse al momento dei primi concerti sono confermate adesso che un nuovo lavoro in studio viene dato alle stampe. L’attesa esagerata che ha accompagnato l’uscita di ‘At War With Reality’ ha forse contribuito a rendere inefficaci alcuni passaggi. Lo dico perchè l’album non è malvagio anzi se appartenesse a qualche giovane band si meriterebbe discrete recensioni. Ma questi sono gli At The Gates. Lo swedish death passa dalle loro forti braccia e qualcosa non va come dovrebbe. ‘The Book Of Sand (The Abomination)’ e ‘Heroes And Tombs’ emergono in una scaletta che tenta di aggiornare il sound di Göteborg e talvolta ci riesce davvero. La performance del frontman e di Adrian Erlandsson è notevole e l’impatto viene sempre mantenuto su un certo livello. Manca però la compattezza dei masterpiece. Manca la freschezza del songwriting che non può essere assente anche quando si guarda al passato. Da segnalare l’omaggio a ‘Fade To Black’ dei Metallica nella conclusiva ‘The Night Eternal’.

Bloodbath
Grand Morbid Funeral

Ammetto di essere rimasto scosso quando è stata confermata la notizia che Nick Holmes avrebbe preso il posto di Mikael Åkerfeld e non soltanto perché i Paradise Lost sono una band che amerò fino alla morte ma perché ho subito immaginato quello che avrebbe potuto regalare la voce di ‘Gothic’ e ‘Icon’ allo spirito retrogrado degli svedesi. ‘Grand Morbid Funeral’ è un incubo che non svanisce quando i quarantasette minuti scarsi dell’album arrivano al termine. Rimane addosso come la peste, viene assorbito in tutto il suo viscerale e agonizzante incedere, esaspera i sensi e moltiplica i pensieri malvagi che tutti noi abbiamo nella testa. In fondo quello che ci saremmo attesi dall’unione di due universi solo in apparenza distanti. Quello dei Bloodbath che da quando Anders “Blakkheim” Nyström ha messo da parte l’altro progetto parallelo Diabolical Masquerade scavano nel putridume della vecchia scuola death. Dall’altra l’icona del gothic metal di matrice britannica riportati al doom estremo degli esordi. La ferocia di ‘Resurrection Through Carnage’ è stata recuperata in pieno dal chitarrista e principale compositore ma è il growl insalubre del cantante a scaraventare con violenza l’album giù negli abissi. In formazione troviamo sempre l’altra mente dei Katatonia, il corpulento Jonas “Lord Seth” Renkse che ha voluto fortemente la svolta atmosferica e prog iniziata con il magnifico ‘The Great Cold Distance’, e due membri degli Opeth, Per “Sodomizer” Eriksson e Martin “Axe” Axenrot. Per non farci mancare niente poi il viaggio nei meandri del gore è semplificato dalla presenza di Chris Reifert e Eric Cutle degli Autopsy che si divertono da matti ad infestare un album che spazza via ‘The Fathomless Mastery’ in pochi minuti. L’atmosfera catacombale in cui vengono deposte ‘Anne’, ‘Church Of Vastitas’ e ‘His Infernal Necropsy’ rende l’operazione di revival molto più seria che in passato e la tecnica a disposizione dei protagonisti è talmente spropositata che ogni singolo assalto si traduce in un esempio di efferatezza unica. Altri episodi invece, ‘Mental Abortion’ e ‘Unite In Pain’, danno l’impressione che il songwriting sia stato più elaborato e collaborativo con il risultato che adesso i Bloodbath sono una band vera e, a dispetto degli impegni di ciascun elemento, non più un passatempo. Chiudono la triviale ‘My Torturer’ e la title track grazie alla quale l’immagine statuaria in copertina comincia a perpetuare i suoi effetti sulla psiche di chi si è posto all’ascolto. Uno sguardo letale e blasfemo. Tagliente come la lama della chitarra più affilata.

These Reigning Days
Oper Of Love

Magari nel giro di qualche mese ce li troveremo dappertutto e non sapremo più distinguerli nella massa dei prodotti catalogati come indie rock. Per adesso Dan Steer, Jonny Finnis e Joe Sansone possono vantare tre nomi piuttosto ordinari e dei faccini puliti, non mostrano tendenze particolari e si rifanno al concetto di band da arena che con gli anni sembra rafforzarsi invece che perdere consistenza. In fondo in questo periodo di accentuato revival le uniche new big things che sembrano funzionare sono quelle in grado di muovere le grandi folle e di evocare quelle tipologie di rockstar che ci costringono a recuperare i vinili dei nostri genitori. ‘Opera Of Love’ è l’esordio discografico dell’ex frontman dei The Quails e quella esperienza potrebbe rivelarsi decisiva per non sbagliare le prossime mosse. Intanto per i suoni il trio si è affidato ad un produttore di fama internazionale come Yoad Nevo, in passato al fianco di Dave Gahan e Moby, mentre il mixaggio è stato effettuato da Adrian Bushby che per intenderci ha messo mano su ‘The Resistance’ dei Muse. Il risultato è una manciata di brani commerciali ed aggressivi nei quali il bilanciamento tra synth e chitarre appare perfetto. ‘Changes’ e ‘Too Late’ sono i primi due singoli e quindi spetterà a loro spingere l’album nelle classifiche alternative ma anche la title track, ‘Fishbowl’ e ‘English Rose’ hanno tutto per piacervi.

Rise Against
The Black Market

La parabola discendente sembra ormai avviata anche per la storica band di hardcore melodico proveniente da Chicago che dopo il deludente ‘Endgame’ confeziona un’altro lavoro in studio modesto. Qualche miglioramento si avverte soprattutto nei giri armonici e nel suono della batteria che nell’album precedente era davvero poca roba ma nel complesso ‘The Black Market’ non compete con le migliori uscite del momento in ambito punk e hardcore. Tim McIlrath resta un frontman di assoluto spessore e le release uscite per Fat Wreck Chords ma anche ‘Appeal To Reason’ sono ancora tra i miei ascolti preferiti. Adesso però il tiro non è più quello di una volta ed a parte qualche sparuto episodio la noia è predominante. Il singolo ‘I Don’t Want To Be Here Anymore’ non mi dice nulla per esempio. L’iniziale ‘ The Great Die-Off’, ‘Tragedy + Time’ e ‘The Eco-Terrorist In Me’ ci ricordano quanto grandi fossero i Rise Against ma è troppo poco per esprimere un giudizio sufficiente. Molto più interessante lo split in vinile con i Face Fo Face uscito tre anni fa. Almeno possedeva lo spirito di un tempo.

Pathology
Throne Of Reign

Dopo un’esperienza poco positiva con la Victory i californiani si sono costruiti una credibilità importante nel movimento indipendente e con ‘Throne Of Reign’ si permettono di sbeffeggiare anche nomi tutelari del panorama death metal. Dietro le pelli troviamo sempre quel monumento che risponde al nome di Dave Astor, in passato con Cattle Decapitation e The Locust, e pure Tim Tiszczenko e Matti Way sono confermati rispetto alle registrazioni di ‘Lords Of Rephaim’. In confronto a quell’album la voce è leggermente più bassa rispetto alle ritmiche che dominano dall’inizio alla fine. Alcune tracce mi hanno riportato alla memoria il debutto ‘Surgically Hacked’ mentre altre, tra cui le micidiali ‘Below The Root’ e ‘Preparing For Blood’, sono il manifesto dell’evoluzione di un gruppo che pur mantenendosi fedele alle origini e screditando ogni forma di metalcore ha saputo crescere dal punto di vista creativo. Sarebbe giunta l’ora che anche nel vecchio continente si accorgessero del valore di questi gruppi invece di continuare a pensare agli Stati Uniti soltanto in ottica Florida e Morrissound Studios. I tempi sono cambiati.

Abramis Brama
Enkel Biljett

La scelta di cantare in lingua madre ha sempre penalizzato questa band che non è mai riuscita a farsi notare fuori dai propri confini. Un vero peccato perché se etichette come la Nuclear Blast si affidano sempre di più a band retro-rock e vintage quali Blues Pills, Graveyard, Scorpion Child e Orchid allora gli Abramis Brama potrebbero davvero fare sfaceli. In un certo senso ‘Enkel Biljett’ è una sorta di retrospettiva su tutto quello che il quartetto ha saputo costruire dalle origini e anche se si tratta di inediti è come se questo sesto full lenght prendesse forza dai cinque usciti in precedenza. Il passaggio chiave è coinciso con l’acquisizione di Mats Rydström dei Backdraft che ha trasmesso nuova energia e permesso di eguagliare, se non superare, colleghi come Horisont e Siena Root. La title track, presente anche nello split con i Black Debbath, è un coacervo perfetto tra heavy riffs e melodia mentre ‘Vaggar Mig Till Ro’ e ‘In Aeternum (Et Semper)’ sono più dilatate e progressive. Le influenze di Led Zeppelin, Deep Purple e King Crimson risplendono nel guitar work di Per-Olf Andersson e nelle vocals di Ulf Torkelsson.Un piacere ascoltare anche l’ex Grand Magus Fredrik “Trisse” Liefvendahl alla batteria.

Arto Lindsay
Encyclopedia Of Arto

Una retrospettiva ambiziosa in attesa di un lavoro solista atteso oltre dieci anni. Così l’essenza del chitarrista e sperimentatore statunitense viene spezzettata ed offerta in pasto alle nuove generazioni nella speranza che qualcuno possa cogliere il suo afflato avanguardistico. Cresciuto all’Eckerd College di St. Petersburg e fortemente ispirato dalla tropicália, per avere vissuto molti anni in Brasile, Arto Lindsay si è distinto per le sue collaborazioni con artisti come John Zorn, Marc Ribot, Bill Frisell e Animal Collective oltre a stupire prima con DNA e Lounge Lizards ed in seguito con gli Ambitious Lovers. Adesso è venuto il momento di tracciare una storia ed aspettare il successore di ‘Salt’ per capire se ci sarà l’ennesima svolta a livello stilistico. Nonostante la disparità del materiale c’è una forte coesione tra il primo disco e gli estratti live del secondo catturati in varie location tra Berlino e Brooklyn. La sequenza dei brani non è naturalmente casuale ed il fatto di non prescindere dalla cronologia di pubblicazione rende ancora più interessante l’ascolto. Nella scaletta troverete anche le rilettura di ‘Erotic City’ di Prince e ‘Simply Beautiful’ di Al Green mentre tra numerosi ospiti spiccano le presenze di Amedeo Pace dei Blonde Redhead, seconda chitarra in ‘4Skies’, e DJ Spooky, samples aggiuntivi nella bizzarra orchestrazione di ‘Complicity’.

Syndone
Odysséas

Un movimento trasversale a tagliare in due quello che il prog ha rappresentato negli ultimi anni. Un’operazione non certo consueta o di semplice attuazione quella che ha visto protagonisti Nik Comoglio (tastiere), Riccardo Ruggeri (voce) e Francesco Pinetti (vibrafono) che hanno deciso di spingersi su vette espressive ancora più alte di quelle raggiunte con ‘Melapesante’ e ‘La Bella E’ La Bestia’. E’ chiaro che un album strutturato come ‘Odysseèas’ non potrà mai essere di facile lettura. Al contrario la sua magia risiede nella capacità di svelare lentamente tutta una serie di sfumature e risvolti strumentali che ne arricchiscono il contenuto tecnico. La band si è rivolta al passato per analizzare il presente e per farlo ha chiamato alla batteria un mostro sacro come Marco Minnemann che di recente ha collaborato con Steven Wilson per lo stupefacente ‘The Raven That Refused To Sing’. Un altro ospite gradito è John Hackett che col suo flauto contribuisce a rendere accattivante il mix tra input moderni, prog sinfonico anni settanta e free jazz. ‘Invocazione Alla Musa’, ‘Penelope’ e ‘Vento Avverso’ i passaggi chiave di una release che merita una visibilità estera a dispetto dell’utilizzo dell’idioma natio.