Death Dealer
Hallowed Ground

Un supergruppo dedito ad un power a stelle strisce di facile presa sui defender. Questo in sintesi il contributo offerto da ‘Hallowed Ground’ al movimento metal che, dopo il convincente debutto ‘War Master’, non potrà che accogliere con plauso il ritorno nei negozi di personaggi come Ross The Boss e Mike Davis. Il chitarrista che ha legato la sua fama a Manowar e Dictators ed il bassista di Halford, Lizzy Borden e Ozzy Osbourne rappresentano una garanzia di qualità e, se alla batteria l’ex Into Eternity Steve Bolognese ha preso il posto di Rhino, Stu Marshall e Sean Peck fanno la loro figura lasciando che qualche elemento thrash e speed renda più varia la proposta. Il frontman di Cage e Warrior, apprezzato anche su ‘Denner/Shermann’, è molto bravo a prendersi il giusto spazio senza diventare mai noioso e togliere smalto alla sezione strumentale ma il pregio migliore dei Death Dealer è quello di non chiudere alla tradizione europea. Per una volta siamo al cospetto di una band che non ragiona per regole rigide ma le interpreta come meglio crede puntando su un impatto estremamente potente. ‘Break The Silence’, ‘K.I.L.L.’. ‘I Am The Revolution’ e ancora ‘Corruption Of Blood’ non sono pezzi nuovi. Li troverete in altra forma o sostanza in qualche vecchio disco della vostra collezione. Ma ascoltare questa materia è in ogni caso divertente e l’offerta tecnica è elevata nonostante l’accentuata attitudine live. I passaggi più personali sono ‘Gunslinger’, non a caso scelta come opener, e ‘The Way Of The Gun’ mentre ‘Skull And Cross Bones’ chiude fedele alla linea.

Down Among The Dead Men
Exterminate! Annihilate! Destroy!

Dopo le mazzate provenienti da Bodyfarm e Grave l’inverno non sarebbe stato lo stesso senza il ritorno del progetto crust punk di Rogga Johansson che per l’occasione è accompagnato da un altro membro dei Paganizer, il chitarrista Dennis Blomberg, e dal frontman Dave Ingram che puo’ vantare un passato con Bolt Thrower e Benediction. Se il primo album ci aveva quasi preso alla sprovvista ed entusiasmato col suo piglio live accentuato, ‘Exterminate! Annihilate! Destroy!’ non fa altro che tormentare una ferita aperta, elevando alla massima potenza volume e caratteristiche pregnanti di un suono semplicemente devastante. Le parti di batteria sono state registrate da Erik R. Bevenrud e sull’album troviamo anche Kam Lee, Bob Thunder e Donovan Spenceley. L’ex Massacre è stato chiamato a dare il suo contributo nella cover di ‘Forged In Fire’ degli Anvil mentre gli altri due hanno reso ancora più incasinata la rilettura di ‘Protest And Survive’ dei Discharge. Sono gli inediti pero’ a fare la differenza. A partire da ‘Pyramids Of Mars’ infatti l’ascoltatore viene travolto da un impeto che ha del sovrumano, chitarre taglienti, linee di basso grasse come maiali e forsennate, percussioni roboanti e parti vocali che più maligne non si puo’. Sfuriate di massimo tre minuti che colpiscono il segno e danno l’impressione di una line-up ancora più affiatata e focalizzata sui propri obiettivi. ‘The Oncoming Storm’ e ‘Death Seed’ sono trionfali abomini death metal resi talmente minimali e acidi da togliere il respiro e in definitiva ‘Exterminate! Annihilate! Destroy!’ è un altro motivo di orgoglio per un’etichetta che sta stupendo un po’ tutti per coerenza e qualità delle sue uscite retrograde.

Alucarda
Raw Howls

Sudici, grezzi, virulenti come mai. La Church Within Records immette sul mercato un disco che potrebbe essere stato registrato in un centro sociale oppure in uno scantinato situato nei bassifondi di Copenhagen con un’attrezzatura di fortuna tanto il suono è viscido e lo-fi. Il mix tra garage, punk, proto-metal e doom del progetto nato per volontà di Hampus Wahlgren si rivela però letale a conferma di quanto di buono la scena danese sta proponendo negli ultimi anni. Al fianco del bassista-cantante troviamo il chitarrista Simon Daniel Larsen ed il batterista Marcus Ferreira che dimostrano di gradire le ambientazioni alla Stooges o Pussy Galore ed allo stesso tempo di avere assorbito la lezione impartita da Turbonegro (‘The Savage’) e Hellacopters (‘Deadbeat Psych-out!’). ‘The Filthy Few’ e ‘Witches Dance’ svelano un immaginario in bilico tra club di motociclisti, malavita e horror di infima categoria che cercherà di compromettere seriamente la vostra sanità mentale. ‘Raw Howls’ è disponibile anche in musicassetta qualora abbiate ancora a disposizione un registratore per leggerla. Magari non sarà il disco che vi cambierà la vita ma fossi in voi se gli Alucarda suonassero dalle nostre parti non mancherei all’appuntamento.

Hangman’s Chair
This Is Not Supposed To Be Positive

Questo combo sludge doom francese è attivo da dieci anni, ha accumulato tre full length e tre split e può vantare un’attività live superiore a quella di tanti colleghi oltre al supporto di icone del genere come Eyehategod, Crowbar e Corrections House che si sono espressi a favore dopo avere condiviso il palco. A tre anni di distanza da ‘Hope//Dope//Rope’ escono le presenti dieci tracce, tra le quali due interamente strumentali, per cinquanta minuti complessivi di musica che non si discostano molto da quanto ascoltato in precedenza. Di primo acchito colpiscono alcune scelte in termini di produzione. La batteria per esempio sembra essere registrata a casa vostra e, in un contesto dove vengono toccati temi come la dipendenza da sostanze stupefacenti e la depressione, forse è una scelta studiata da Mehdi Birouk Thépegnier, ex Es La Guerrilla e Arkangel, per esprimere il disagio che ha dentro. Sul cantato di Cédric Toufouti, anche negli Inhatred, invece non ci sono dubbi. E’ un modo di prendere a schiaffi chi si avvicina alla band con la consapevolezza che qualcuno potrebbe girare le spalle e non tornare più. ‘Dripping Low’, ‘Requiem’ e ‘Dope Sick Love’ sono i tre passaggi più distintivi di un album che si pone leggermente più in alto rispetto a quelli che lo hanno preceduto ma che probabilmente non sarà sufficiente ad ottenere l’ambita credibilità all’estero.

XTRMST
XTRMST

Un album davvero divertente dal quale si evince il desiderio di sperimentare da parte di due musicisti che alla propria carriera hanno ancora molto da chiedere ma che possono vantare riconoscimenti importanti. In attesa che gli AFI completino le lavorazioni del successore di ‘Burials’, Davey Havok e Jade Puget hanno operato un ritorno all’hardcore delle origini e questo potrebbe piacere ai vecchi fans e curiosamente anche incontrare nuovi favori tra le ultime generazioni che non sembrano disprezzare affatto l’attitudine straight edge. Forse è inutile dirlo ma di metalcore in ‘XTRMST’ non vi è traccia quindi non affannatevi nemmeno a cercarlo. Il chitarrista ha composto dei riff pazzeschi e ‘Words For The Unwanted’ è una opener che non ammette repliche. Il frontman invece – dopo le coraggiose intromissioni dei Blaqk Audio nell’universo del dubstep – ha tenuto da parte per questo progetto alcuni dei suoi testi migliori di sempre e sarà interessante vedere come verranno sviluppate le presenti canzoni dal vivo. Per il momento ‘Conformist’ si dimostra un buon singolo ma niente più mentre ‘Merciless’, ‘Extremist’ e ‘Humanity’ sono semplicemente fantastiche e danno la misura del talento dei musicisti in questione.

Interpol
El Pintor

Sono serviti dieci anni esatti agli Interpol per dare alle stampe un album che possedesse le qualità e soprattutto le canzoni del multipremiato ‘Antics’. Nel frattempo è successo di tutto, Carlos Dengler ha sbattuto la porta senza essere veramente sostituito e l’industria musicale si è dissolta. Chi li dava per morti dovrà ricredersi ma sarà la stessa band a dimostrare di sapersi adattare alle nuove regole del mercato con buona pace dei dancefloor indie in drastico calo un po’ ovunque. Liberi da qualunque obbligo discografico dopo l’album omonimo di quattro anni fa i membri si sono presi il tempo di respirare. Paul Banks si è fatto notare in veste solista e con mixtape hip hop, Sam Fogarino ha formato gli Empty Mansions, Daniel Kessler ha staccato completamente ed il bassista è scomparso. Adesso tornano come trio con una manciata di canzoni che farà rivivere ai loro appassionati le emozioni di quando sembravano in grado di conquistare il mondo. La lista dei crediti è piuttosto lunga. Si parte con James Brown e Alan Moulder, chiamati a produrre e mixare l’album, e si prosegue con Brandon Curtis, tastierista dei The Secret Machine, Roger Joseph Manning Jr. e Rob Moose, già attivi con Beck, Jellifish e Bon Iver. Una squadra che ha fatto in modo di sopperire l’assenza del carismatico bassista. Sono bastati i pochi minuti di ‘Anywhere’ e ‘All The Rage Back Home’ per rendersi conto che gli Interpol erano di nuovo vivi. Nella forma e nella sostanza. Capaci di rileggere la lezione di Joy Division e Bauhaus con il tipico timbro newyorkese che li ha sempre distinti dalla decina di band inglesi tutte uguali tra loro. ‘Same Town, New Story’ sembra un’autocritica o comunque il risultato di un’analisi autobiografica, ‘Ancient Ways’ e ‘Tidal Wave’ illuminano la seconda parte dell’album con i loro robusti arrangiamenti e ‘Twice As Hard’ chiude solenne le danze tra mestizia, determinazione e disincanto.

Adage
Defined

Cinque tracce non sono ancora sufficienti per esprimere un giudizio completo ma la direzione intrapresa dalla band del North Carolina è evidente. Riff potenti e quadrati, ritornelli radio friendly ed influenze alternative che fanno subito pensare a Adrenaline Mob, Alter Bridge e 3 Doors Down. ‘Anymore’ e ‘Hold On’ impiegano pochi secondi per rimanere in testa e passano da una certa aggressività di base ad una ricerca melodica accentuata. I punti di forza coincidono con la voce di Justin Doyle ed una attitudine live che in futuro potrebbe anche essere esasperata ulteriormente. Il punto debole invece sono forse i testi ancora troppo ordinari. ‘Defined’ è comunque un ep promettente e la prima prova su lunga distanza ci dirà molto su quelle che potranno essere le possibilità di affermazione del quartetto. ‘Growing Colder’ mantiene il feeling della traccia precedente e punta ancora su un suono quadrato e potente mentre la conclusiva ‘By Myself’ è una sorta di ballata con un refrain immediato e nostalgia anni novanta.

Mirel Wagner
When The Cellar Children See The Light Of Day

Un folk blues scarno e gelido quello offerto dall’artista finlandese di origini etiopiche che cerca la definitiva consacrazione internazionale con un secondo lavoro in studio prodotto niente meno che da Vladislav Delay. Al sottoscritto basta sentire parlare della mente che si cela dietro a progetti come Moritz von Oswald Trio, Luomo e Uusitalo per eccitarsi ed in effetti il connubio tra due personaggi in teoria lontani anni luce dal punto di vista stilistico arricchisce la proposta e rende preziosa anche la sfumatura in apparenza più trascurabile. ‘1 2 3 4’ e ‘The Dirt’ permettono di acclimatarsi con un cantautorato spoglio e ricco di suggestioni gotiche che, per la prima volta, sembra avere compreso l’importanza di una produzione, sebbene minimalista, di natura superiore. Un paio di tracce sono caratterizzate dalla prestigiosa collaborazione con Craig Armstrong ma la sensazione è che Mirel Wagner debba trovare all’interno di sé stessa la forza per esprimere tutto il suo potenziale. In ‘Oak Tree’, ‘In My Father’s House’ e ‘Taller Than Tall Trees’ ci riesce benissimo e pertanto vi consiglio di non trascurare le sue cantilene doom esclusivamente perché fuori dal circolo dei vostri ascolti abituali.

Leaves
See You In The Afterglow

La scarsa esposizione mediatica ottenuta dagli album successivi al debutto ha impedito ad uno dei segreti più preziosi del territorio islandese di esplodere definitivamente. La magia di ‘Breathe’ però non si è affatto dispersa e con questo quarto lavoro in studio ritorna prepotente ad insinuarsi nella nostra mente. Rispetto a ‘The Angela Test’ e ‘We Are Shadows’ Arnar Gudjonsson ha spinto perché la band tornasse ad un songwriting più asciutto e diretto e non è certo un caso che pezzi come ‘The Sensualist’, ‘Lovesick’ e ‘Sleepy Waters’ arrivino subito al dunque e scuotano l’ascoltatore nei suoi sensi più deboli. Inoltre ‘See You In The Afterglow’, non sono sicuro sia un bene o sia un male dal punto di vista commerciale, non possiede quasi nessun legame con altre band provenienti dalla stessa nazione. Scordatevi infatti Sigur Rós, mùm e Seabear perché il profilo internazionale del quintetto è decisamente più spiccato ed il leader di recente ha aperto uno studio di registrazione che lo ha portato ad orientarsi con maggiore insistenza verso altri mercati. Notevole il contributo dell’altro chitarrista Andri Asgrimsson e del tastierista Kjartan F. Olafsson specialmente in passaggi quali ‘Parade’, ‘Perfect Weather’ e ‘White Noise’ che godono di arrangiamenti più ricercati. Quando infine arriverete a ‘Ocean’ e ‘Afterglow’ sarete talmente persuasi dalle qualità della band che vi sembrerà impossibile di non essere al cospetto di rockstar affermate e multimiliardarie. Ma come ‘Breathe’ ottenne successo all’improvviso chissà che la fortuna non torni a sorridere a questi musicisti dal talento spaventoso.

Crucified Barbara
In The Red

Visto che siamo al cospetto di una band tutta al femminile immagino che anche stavolta buona parte delle recensioni di ‘In The Red’ si incentreranno sull’attitudine “cazzuta” del quartetto o su come “oltre alle tette c’è di più”. Sinceramente vorrei fare un favore alle svedesi e pure a me stesso evitando di cadere in certe bassezze. Quello che invece appare interessante è l’evoluzione del songwriting che adesso è decisamente più maturo e vario ma soprattutto come Mia Coldheart si sia riuscita a riciclare sempre meglio come cantante. I riferimenti alla discografia di L.A. Guns, Girlschool e Hardcore Superstar non mancano nemmeno stavolta anche se personalmente continuo a pensare alle Drain STH mentre scorro la scaletta. In ogni modo il mix tra street metal e hard rock funziona sia quando le chitarre suonano più grezze ed aggressive sia quando si cerca di ritagliare ritornelli importanti. E’ il caso di ‘To Kill A Man’ e ‘Electric Sky’. Curiosamente le ragazze sono andate a registrare a Göteborg, quasi uno smacco in altri tempi per chi volesse suonare a Stoccolma, pur di proseguire la collaborazione con Chips Kiesbye dei Sator, già al fianco di Millencolin e The Hellacopters, che si è dimostrato in grado, più di chiunque altro, di migliorarle ed esaltarne le qualità. ‘I Sell My Kids For Rock And Roll’, ‘Shadows’ e ‘ Do You Want’ si distinguono come altri passaggi interessanti dell’album che si aggiunge ad altre uscite importanti della Despotz Records come quelle di Kari Rueslåtten, Robert Dahlqvist e Kamchatka. Il tour che le vedrà anche nel nostro paese con i Supercharger dello strepitoso ‘Broken Hearts And Fallaparts’ non potrà che riservare sorprese.