Crea sito

parole di Lorenzo Becciani

marzo 7th, 2017

Khadaver
Exstinctio Mundi

Attivo da oltre dieci anni, il cantante e chitarrista ex Necrofuneral Nihil Nix ha sviluppato un’idea decisamente personale di industrial black metal facendosi notare soprattutto in ambito ebm. Certo la Slovacchia non è una nazione famosa per avere dato alla luce band di spessore ma questo secondo full lenght ha diversi pregi. Prima di tutto può contare su almeno tre tracce di respiro internazionale come ‘Zeroborn, ‘Via Aeons And Cosmos’ e ‘I.T.N.O.F.’ poi si avvale di suoni efficaci nonostante l’autoproduzione ed infine sembra godere di maggiore input dall’esterno. Anche se il leader è l’unica risorsa compositiva l’aver allargato la line-up al batterista Luxin Tenebris ed al chitarrista Feral Inferis ha certamente mutato la sua prospettiva. Gli arrangiamenti sinfonici sono più improntati alla dimensione dal vivo, gli stacchi industriali irrobustiscono le chitarre e non si avverte la medesima sensazione di “finto” e “freddo” che avevo provato ascoltando il debutto ‘New World Disorder’. I prossimi mesi ci diranno sei i Khadaver saranno in grado di togliersi delle soddisfazioni e farsi un nome anche fuori dai propri confini pur non avendo scelto un genere commerciale.

marzo 6th, 2017

uKanDanZ
Awo

Dopo l’eccellente singolo ‘Lantchi Biyé – Endè Iyèrusalém’ il collettivo guidato dal chitarrista Damien Cluzerl e dal batterista Guilhelm Meier si riaffaccia sul mercato col successore di ‘Yetchalal’, dimostrando di avere maturato una visione musicale intrigante in questi quattro anni. L’interesse attorno agli uKanDanZ è cresciuto al di là di quelli che sono gli abituali consumatori delle release di Atypeek Music e la sensazione è che presto potremo vederli in contesti meno ristretti. A fare la differenza è sempre Asnake Guebreyes, carismatico cantante originario dell’Etiopia, che impreziosisce col suo talento il mix tra rock, noise e jazz ma il songwriting nel complesso è più maturo e si percepisce un maggiore affiatamento tra i membri rispetto al passato. Il legame con la tradizione afro folk è forte così come il desiderio di sperimentare ed attrarre sia un pubblico di estrazione jazz che ragazzi appassionati di rock o black music in generale. Registrazione e mixaggio sono stati curati da Christophe Chavanon e, oltre alle due tracce citate in precedenza, spiccano ‘Tchuéten Betsèmu’ e le due versioni di ‘Ambassel To Brussel’. Il consiglio è quello di avvicinarsi a questa band assurda con la mente aperta e godere di un impianto sonoro invidiabile e delle continue commistioni tra stili.

marzo 5th, 2017

The Jokers
Hurricane

Il terzo album della formazione inglese certifica un’inconsistenza già palesata con i primi due lavori. Capisco che in questo periodo il revival rappresenti una manna dal cielo per le etichetta discografiche ma un pò più di selezione non guasterebbe soprattutto quando si parla di cataloghi importanti. Nel nostro paese facciamo la guerra alle cover band e poi ci troviamo sulla scrivania della redazione i The Jokers che non fanno altro che scopiazzare, per giunta male, le icone degli anni settanta. I padri del denim & leather si rivolteranno ascoltando alcuni frangenti di ‘Hurricane’ che peraltro si avvale di una registrazione appena sufficiente – avvenuta ai Parr Street Studios di Liverpool – e di una produzione mediocre. ‘Run 4 Cover’ inaugura la scaletta con uno dei testi più banali del lotto, Paul Hurst tenta di infondere grinta ai suoi riff e e Wane Parry non è certo un fenomeno dietro al microfono. Quando poi arriva il momento del pseudo-blues ‘Angel’ o della terrificante ballata dal sapore country ‘Summertime’ la rassegnazione è ormai ai massimi termini. La verità è che anche i pezzi più commerciali, ‘She`s On Fire’ e ‘Dream’, potrebbero essere scarti di Free, The Who o Led Zeppelin ma le band in questione non avrebbero mai pubblicato niente di così scarso.

marzo 4th, 2017

White Widows Pact
True Will

Una bomba il full length di esordio dei newyorkesi che vedono al microfono David Castillo dei Primitive Weapons – in archivio l’ottimo ‘The Shadow Gallery’ e il sette pollici prodotto da Alex Newport dei Fudge Tunnel – e sembrano avere trovato il giusto equilibrio tra death metal, sludge e hardcore. A favore di ‘True Will’ ci sono sicuramente l’originalità del songwriting ed un impatto che dimostra come in termini di tecnica ed esperienza il combo non abbia nulla da invidiare ai nomi tutelari della scena. Il guitar work è eccezionale, al fianco di Travis Bacon troviamo l’ex The Destro Nick Emde, e la produzione di Dean Baltulonis, in passato dietro la console dei Sick Of It All, e Brad Boatright, leader dei From Ashes Rise e corruttore del suono di High On Fire e Nails, lo esalta come se fossimo al cospetto di un album dei Machine Head o dei Pantera. Semplicemente micidiale. Inoltre ‘True Will’ ha il pregio di prendere di mira l’ascoltatore e investirlo di violenza e viscide melodie per trentasette minuti senza aggiungere niente di inutile. Scordatevi infatti filler o momenti di minore interesse perché a partire da ‘Landlord’ i White Widows Pact salgono in cattedra e non ce n’è per nessuno. Le canzoni sono tutte ben strutturate, atmosferiche, catchy e contagiose. Il riff di ‘Landlord’ potrebbe essere stato preso in prestito da ‘Divine Intervention’ degli Slayer, ‘Thirteen Years Of War’ e ‘Hangman’ alternano retaggi classici a soluzioni moderne mentre ‘Blood And Smoke’ e ‘Cruel And Unusual’ sembrano scritte apposta per causare problemi alla sicurezza nei locali. La presenza di Liam Cormier dei Cancer Bats in ‘This Thing Of Ours’ non fa che aggiungere spessore ad una release che mi aspetto venga idolatrata da media e addetti ai lavori. Forse non sarà sufficiente ai White Winows Pact per diventare subito delle superstar ma la strada intrapresa è senza dubbio quella giusta.

marzo 3rd, 2017

Eivør
Slør

Pura poesia. Basterebbero queste due parole per descrivere il secondo album uscito quest’anno ad opera della cantautrice originaria delle Isole Fær Øer e attualmente residente di Danimarca. Il successore di ‘Bridges’ in un certo senso si adatta in maniera complementare al materiale proposto qualche mese prima e ha il pregio di apparire ancora più esportabile. Da qualche anno infatti Eivør Pálsdóttir sta tentando di allargare la propria fanbase al di fuori del mercato norvegese, che l’ha spesso premiata, e da quello islandese, che l’accolta da qualche tempo. L’obiettivo potrebbe concretizzarsi nonostante il cantato in lingua madre non sia certo immediatamente fruibile da tutti. La magia del suo songwriting è però tale che passaggi come ‘Brotin’ e ‘Salt’ sembrano davvero fatte apposta per conquistare i cuori degli appassionati di folk pop di tutto il mondo. Sulla sua pagina Facebook si legge “there is music in every situation you get yourself into” e la voce è così sublime che si fa veramente fatica a tenere i piedi per terra. In effetti ‘Slør’ puo’ andare bene per tutte le situazioni, è un album atmosferico, pop, a tratti lascia emergere il suo lato più elettronico e altre volte quello folk che riconduce alla tradizione culturale di Syðrugøta. La cantante mostra uno spettro vocale impressionante e si muove in un territorio che va dal jazz al trip hop e nel quale la libertà non può essere limitata in nessun modo. Il velo che viene decantato, citando il poeta Marjun Syderbø Kjælnes e grazie alle contributo di Tróndur Bogason e Angelika Nielsen, Al fianco di Eivør troviamo il bassista Mikael Blak, il batterista e manipolatore elettronico Høgni Lisberg e Hallur Jónsson che si è occupato di sound design e programming per una line-up che ha saputo farci sognare e che ci auguriamo di vedere presto dalle nostre parti. Qualunque sia il mezzo o lo strumento fate vostra questa release il prima possibile.

marzo 2nd, 2017

The Great Discord
Echoes

A conferma dell’elitarietà e della stravaganza di questa nuova realtà svedese, appartenente al catalogo della Metal Blade, esce un EP che sostanzialmente si rivela un’appendice dell’esordio di qualche mese fa. Oltre alle versioni edit e acustica di ‘The Aging Man’, singolo che mette in luce le qualità espressive di Fia Kempe, in scaletta troviamo le riletture di ‘Inertiatic ESP’ dei Mars Volta e ‘Cherry Waves’ dei Deftones. Un modo per sottolineare come quello che qualcuno ha semplicemente definito come “prog metal” o addirittura “heavy metal” corrisponde in verità a materia strumentale più complessa e conseguenza di molteplici influenze, anche impensabili. La produzione, a cura del chitarrista André Axell, è identica a quella di ‘Duende’ e del mixaggio se n’è occupato Niels Nielsen dei Dead Soul ai Secret Location Studio. Per ventidue minuti verrete trascinati dal cantato epico e dal singolare approccio percussivo di Aksel Holmgren, ex 12 Gauge Dead e Prowess, e tutto sommato ‘Echoes’, con tanto di velato riferimento ai Pink Floyd, è una scusa per compiere un passo indietro ed andarsi ad ascoltare il full lenght qualora fosse sfuggito all’attenzione.

marzo 1st, 2017

Harlott
Proliferation

Conosco un paio di amici oltranzisti che perderanno la testa per gli australiani e non perché il loro contributo al movimento metal sia così eccezionale ma perché c’è ancora bisogno di dischi thrash semplici e immediati come quelli che circolavano in forma di musicassette copiate alla meno peggio negli anni ottanta. Un po’ come gli Havok, i Lost Society oppure i nostri Game Over e Ultra-Violence, gli Harlott sono rimasti a masterpiece come ‘Peace Sells.. But Who’s Buying’ dei Megadeth o ‘Ride The Lightning’ dei Metallica. Anzi si chiedono ingenuamente cos’altro serva per fare divertire la gente sotto palco. ‘Proliferation’ e ‘Denature’ mettono subito in chiaro cosa ci si debba attendere dal presente full lenght con la coppia di asce formata da Andrew Hudson e Ryan Butler che si sbatte al limite dell’ossessione e punta su un martellamento continuo preoccupandosi poco dell’aspetto melodico. ‘Restless’, ‘Civil Unrest’ e ‘Hellbent’ sono altri passaggi considerevoli inseriti in un contesto nel quale la produzione e gli arrangiamenti hanno un peso specifico ridotto. Nel caso vi piacessero vi consiglio di non farvi sfuggire nemmeno il loro debutto recentemente ristampato da Punishment 18 Records.

febbraio 28th, 2017

Gentlemans Pistols
Hustler’s Row

Come didascalia a questa recensione potrei usare qualcosa del tipo “un Bill Steer davvero ispirato” e probabilmente non ci sarebbe bisogno di leggere il resto del testo. Il chitarrista che ha legato la sua fama a Carcass e Angel Witch non ha infatti bisogno di presentazioni e rappresenta una garanzia di qualità per tutti gli appassionati di metal. In questo caso si è fatto trascinare da James Atkinson in un progetto devoto al blues britannico – già celebrato con i Firebird – ed all’hard rock degli anni settanta con iniqua devozione per Deep Purple, Free e Thin Lizzy e quel tocco di Led Zeppelin che non guasta affatto. ‘Hustler’s Row’ è stato registrato ai Mutiny Studios di Bradford ed il frontman lo ha definito come un viaggio catartico negli ultimi cinque anni della sua vita. Sarà per questo che l’album appare così oscuro e cancella il debutto e ‘At Her Majesty’s Pleasure’ in un colpo solo. Si parte fortissimo con ‘The Searcher’ e ‘Devil’s Advocate On Call’ ed il groove creato dal bassista Robert Threapleton e dal drummer Stuart Dobbins è potentissimo. La classe di Bill Steer emerge limpida in ‘Time Wasters’ e ‘Lady Teaser’ mentre il cantato si fa più epico e ricco di enfasi in ‘Stret And Confusion’ e ‘Dazzle Drizzler’. La title track è ispirata dalla visione distopica e decadente di una strada di Leeds, dove viveva l’ex chitarrista Chris Rogers, che a molti di voi ricorderà le varie Rue Morgue e Acacia Avenue degli Iron Maiden. Nemmeno il tempo di fissare con lo sguardo l’artwork di John Pearson, e ritrovarci diversi simboli del pezzo, e siamo già alla chiusura con ‘So Long Fade Away’. Un lungo assolo che pare infinito e ci ricorda come spesso e volentieri il rock di natura semplice e immediata è quello che funziona meglio.

febbraio 27th, 2017

Windhand
Grief’s Infernal Lover

I cinque della Virginia danno alle stampe un terzo lavoro in studio che conferma la ricerca di un suono più personale dopo il folgorante debutto ed il successivo ‘Soma’. L’impressione è che l’incontro con lo storico produttore Jack Endino abbia influenzato non poco la stesura delle parti vocali di Dorthia Cottrell che rimandano alle migliori cose di Nirvana e Alice In Chains. Per il resto l’occult doom della band vive di maggiori fughe psichedeliche rispetto al passato e richiama spesso alla mente l’impeto degli Electric Wizard. Alle chitarre troviamo l’ex Alabama Thunderpussy Asechiah Bogdan e Garrett Morris mentre la sezione ritmica, pachidermica e marziale, è formata dal bassista Parker Chandler, anche nei Cough, e dal drummer Ryan Wolfe, ex The Might Cloud e Facedowinshit. ‘Forest Clouds’ e ‘Hyperion’ sono forse i due brani che rappresentano nel migliore dei modi il suono attuale dei Windhand mentre ‘Hesperus’ è il classico anthem roccioso da gettare in pasto al pubblico dal vivo e ‘Kingfisher’ una presentazione dilatata della tecnica dei vari componenti. Alla fine dell’anno potremmo trovarlo tra le preferenze dei lettori in un settore che ottiene sempre un discreto credito.

febbraio 26th, 2017

Dope Body
Kunk

Insieme allo splendido ‘Depression Cherry’ dei Beach House il ritorno nei negozi di questa sublime noise rock band è un altro tassello che va ad aggiungersi alla descrizione dell’impenetrabile Baltimora, una città che con il passare delle generazioni si è svuotata dei valori più primordiali e che l’avvincente serie televisiva The Wire, poco conosciuta dalle nostre parti ma assolutamente meritevole per gli appassionati, ha rappresentato nella sua gretta realtà. I Dope Body amano il punk, gli Shellac e lo sludge metal. Escono per Drag City e questo di per sé è un’eccellente garanzia e adesso che si sono messi diverse release alle spalle possono vantare una maturità compositiva assolutamente distintiva. Con il passare degli anni l’approccio vocale di Andrew Laumann è diventato più personale così come l’impatto percussivo di David Jacober che guida da una posizione vantaggiosa tutti gli altri membri. Prima della fantastica ‘Void’ vi imbatterete in strani miscugli tra Nirvana e Butthole Surfers, ‘Goon Line’, e dissonanze industriali, ‘Muddy Dune’. I riff sono sempre al centro dell’attenzione, ‘Casual’ e ‘Pincher’, e nella micidiale ‘Down’ è possibile percepire l’influenza dei Liars. Plumbei e solo in apparenza distaccati. Adesso i Dope Body sono pronti a fare danni in tutto il mondo.

Proudly powered by WordPress. Theme developed with WordPress Theme Generator.
Copyright © parole di Lorenzo Becciani. All rights reserved.