Arch Enemy
War Eternal

Evidentemente le persone si accontentano di poco e chi rilascia certi proclami ha poca memoria storica. Leggo in giro recensioni mirabolanti di questo album quasi come gli Arch Enemy avessero pubblicato il loro capolavoro o avessero dato una svolta alla carriera con l’ingresso di Alissa White-Gluz. Per carità la moretta ex The Agonist non è niente male, bel personaggio e decisamente più presentabile di Angela Gossow che con i suoi limiti ha contribuito ad affossare il progetto. Il problema è che a livello di songwriting Michael Amott è fermo da anni e rispetto a ‘Khaos Legions’ non si percepiscono progressi significativi. E’ vero che in ambito death metal melodico è stato detto tutto ma trovo ridicolo che il nuovo Carcass, giusto per prendere ad esempio la band che ha regalato celebrità al chitarrista svedese, sia di una spaventosa freschezza e tracce come ‘Never Forgive, Never Forget’, ‘As The Pages Burn’ e ‘No Regrets’ tremendamente scontate. La produzione è stata effettuata presso i Fascination Street di Örebro e anche su questo avrei qualche riserva visto che da un po’ di tempo tutti gli album che escono da quello studio sono identici. In ogni caso la nuova singer fa di tutto per mettersi in bella mostra ed in un paio di frangenti ci riesce davvero, la title track e ‘You Will Know My Name’, ma continuo a chiedermi che senso abbia farla cantare come un uomo se non per una deprecabile resa commerciale. Si fa sentire anche l’assenza di Christopher Amott, genio e sregolatezza, mal sostituito da Nick Cordle mentre il leader spacca ancora come agli esordi e Daniel Erlandsson è un batterista di invidiabile spessore. Mi dispiace ma a convincermi non bastano gli inserti di tastiere, alcune orchestrazioni ed arrangiamenti maturi. Magari dal vivo le cose andranno meglio ma da un gruppo del genere è lecito attendersi molto di più.

Season Of Ghosts
The Human Paradox

Il paradosso del genere umano si traduce in un malridotto scrigno di segreti esposto all’aria che si respira sull’oceano. Il progetto electro metal di Sophia Aslanidou dei Blood Stain Child si affida ad una produzione ambiziosa – il solito Ettore Rigotti dei Disarmonia Mundi già coinvolti con ‘Imaginary Flying Machines’ e ‘Princess Ghibli’ – ed un songwriting che, oltre alla band principale, cita The Birthday Massacre e September Mourning. Il distacco in termini qualitativi e di originalità dalla band canadese è però iniquo e dopo pochi minuti il concept sci-fi allestito per l’occasione si scioglie come un castello di sabbia colpito dalla marea. Le parti di chitarra, basso e batteria sono state registrate da Ghost Legion ed i passaggi più interessanti coincidono con la danzereccia ‘[NE]: MESIS – The Kiss Of Justice’ e la tamarra ‘Quantum – Through The Looking Glass’. Il resto è decisamente trascurabile ed in particolare le ballate di una banalità pazzesca. Per questa prova solista la cantante greca, di origini venezuelane e adesso di casa in terra nipponica, avrebbe dovuto aspettare di avere materiale un pò più consistente.

Blind Guardian
Beyond The Red Mirror

Non saranno certo delle partiture di chitarra downtuned o delle soluzioni armoniche sempre più prossime alla discografia dei Queen che ci faranno credere di essere al cospetto di una band moderna. No davvero. I Blind Guardian rimarranno un’icona per i vecchi fans dell’epic e del power e difficilmente riusciranno a crearsi un buon seguito tra le fasce adolescenziali che inneggiano al metalcore. Almeno però ci provano ed in un paio di episodi si ha la sensazione che la band si sia sforzata di proporre qualcosa di differente. Per il resto ‘Beyond The Red Mirror’ non propone troppe variazioni sul tema, la componente sinfonica è ancora più determinante e non solo perché sono state chiamate tre ochestre invece di una, la voce di Hansi Kürsch sempre discutibile. La pochezza del singolo ‘A Twist In The Myth’ viene bilanciata da tre gemme come ‘Ninth Wave’, ‘Holy Grail’ e ‘Grand Parade’. Il concept segue la linea lanciata da ‘Imaginations From The Other Side’ mentre la produzione è stata affidata a Charlie Bauerfeind (Helloween, Saxon) anche se si sente il peso di André Olbrich in ogni decisione. Molto dipenderà dall’immagine che vorrete vedere riflessa sullo specchio.

Omit
Medusa Truth

Aspettavamo con ansia una mossa dei norvegesi che tanto ci avevano convinto con ‘Repose’. Non era nemmeno facile ripartire da quell’album considerata la sua completezza ed una purezza che si trova sempre più raramente nelle release di oggi. Invece il gruppo atmospheric doom ha proseguito in una direzione chiara, che banalmente qualche addetto ai lavori si limiterà ad approssimare all’opera di Shape Of Despair e The Third And The Mortal, perfezionando al limite del maniacale una struttura che risultava già vincente. Le influenze dark continuano a sorreggere la proposta degli Omit che si articola su tre tracce della durata complessiva di cinquanta minuti. Un impatto non indifferente sull’ascoltatore ma senza cadere mai nella noia. Al contrario la strepitosa voce da soprano di Cecile Langlie permette di godere di sfumature che vanno dal metal al neo-classicismo di Ólafur Arnalds e Nils Frahm. Al suo fianco si muovono Tom Simonsen, responsabile di chitarre e basso oltre degli arrangiamenti orchestrali e della drum machine, e Kjetil Ottersen, tastiere e programming, che si completano a vicenda. I suoni sono migliori rispetto all’esordio e soprattutto il mixaggio appare più orientato verso gli standard attuali. Rispetto agli altri due brani ‘Denial’, con i suoi inserti jazz ed una linea melodica struggente, è decisamente più immediato e non solo per la sua durata. ‘Distrust’ e ‘Deplore’ sono infatti pensati ed elaborati come suite ed al loro interno potrete trovare più canzoni unite l’una con l’altra. L’organicità è comunque mantenuta costante ed al termine dell’ascolto avrete la possibilità di affermare di avere vissuto una vera esperienza.

Archive
Restriction

Un album meraviglioso, ricco di suggestioni elettroniche e capace di vomitare poeticamente sulle definizioni della musica di oggi. Elettronica, psichedelia, rock, trip hop. Poco importa al collettivo guidato da Darius Keeler e Danny Griffiths che, dopo avere ricevuto consensi uniformi per il progetto audiosivo Axiom, rilasciano dodici tracce in bilico tra i primi anni e quel ‘Controlling Crowds’ che improvvisamente li rese indispensabili agli occhi dei presuntuosi critici prog rock. Avere allargato la propria rete di influenze ha permesso agli Archive di proporre scalette che vivono di continue metamorfosi e contaminazioni con singoli di grande impatto come ‘Feel It’, ‘Kid Corner’ e ‘Black And Blue’ affiancati da episodi dove i retaggi atmosferici e l’interpretazione dei classici diventano più pregnanti. Synth analogici e citazioni della discografia di Pink Floyd e Massive Attack si alternano tra luci e ombre ma l’energia di ‘Restriction’ è totale anche quando le melodie diventano minimali e le distese strumentali si avvicinano al jazz. A produrlo è stato Jerome Devoise, da tempo collaboratore della band e fautore anche del succeso della cantautrice francese Mylene Farmer, che non si è distaccato troppo dai suoni di ‘With Us Until You’re Dead’. Quell’album era però più catartico, sprezzante nei confronti delle classifiche e della critica. ‘Restriction’ invece non si nasconde, sa bene qual è il suo potenziale e non fa niente per svilirlo. ‘End Of Our Days’, ‘Third Quarter Storm’ e ‘Crushed’ altri passaggi da brividi.

The Crocs
Music Is A Gamebook

E’ un giro di basso voluminoso quello che introduce ‘You Make Me Crazy’, primo singolo dei lombardi che finora si erano misurati solamente sul formato breve. L’impressione che scaturisce ascoltando l’esordio su lunga distanza è che i ragazzi potrebbero provenire benissimo dalle spiagge di Venice o da qualche sobborgo londinese. Il quintetto è infatti sorprendentemente al passo con i tempi, per il panorama italiano, e le sue contaminazioni tra synth e classic rock sono davvero letali. E’ vero, a volte i ritmi si abbassano e la band sembra mirarsi un po’ troppo delle qualità del proprio cantante ma appena l’adrenalina torna a salire, vuoi per un paio di schitarrate o vuoi per una base elettronica, è lo stesso Stefano Sala a guadagnarci. Un esempio di tale versatilità sono le due versioni di ‘We Don’t Wake Up’ per una delle quali è stato invitato all’opera addirittura Kid Knuckles, dj e singer losangelino che per diversi anni ha accompagnato in tour i Korn. ‘A Bit Lonely’ e ‘Let Me Go Home’ sono irresistibili, influenze di 30 Seconds To Mars, The Strokes e The Killers emergono durante la scaletta ma la loro personalità è fuori discussione. Se le più commerciali ‘I Wanna Trust In Santa’ e ‘Love Somebody Else’, nella quale spicca la voce di Lara Benvenuti, faranno il loro dovere potremmo ritrovarceli dappertutto.

Decabox
#dissocialnetwork

Siamo circondati da hashtag, ci rincorrono a perdifiato, ci seguono anche nei momenti più imprevedibili ed abbiamo imparato da tempo a sostituirli ai metodi di comunicazione tradizionali. Il quartetto dell’hinterland milanese ce ne regala altri undici confermando quanto di buono era emerso in occasione dell’uscita di ‘L’Uomo Biodegradabile’. La critica sociale che si intravede nel titolo ed in numerosi momenti dell’album è solo uno dei punti di forza di una band competitiva su più fronti. Rispetto al debutto si avverte un’evoluzione del songwriting con tempistiche più dilatate, soluzioni ritmiche inconsuete, samples elettronici ed arrangiamenti più elaborati. Il tutto a servizio della voce di Davide Rivetta che impreziosisce testi non banali con soluzioni comparabili con quelle dei Subsonica ma talvolta un approccio più cupo e grunge. Eccellente quindi il lavoro portato a termine col produttore Pietro Foresti e con la navigata Sylvia Massy che ha portato a ritagliare almeno quattro potenziali hit che rispondono ai titoli di ‘Fingere Che Tutto Sia’, ‘Apnea’, Tutto E Niente’ e ‘A Distorta’. Dopo ‘Beati Voi Che Non Capite Niente’ dei Kelevra un altro colpo a segno per la Vrec che dimostra di sapere scegliere accuratamente le proprie band e di avere una predilizione per le voci pulite italiane. ‘Carta Stagnola’ e ‘La Verità’ sono altri due passaggi degni di nota di un album da condividere in maniera capillare qualunque sia il social network che preferite.

Mushroomhead
The Righteous & the Butterfly

Dalle parti di Cleveland almeno due gruppi si sono trovati smarriti, incapaci di reagire al corso degli eventi, sormontati da problemi di formazione e trend contrari. Chimaira e Mushroomhead. Tra i due non saprei quale sta peggio. Un peccato perché se fosse uscito quindici anni fa ‘The Righteous & The Butterfly’ avrebbe fatto un figurone. Percussioni bizzare, riffing tritatossa, un frontman sottovalutato ed influenze che vanno dall’alternative metal spiccio all’industrial sempre nell’ottica di un impatto dal vivo devastante. Attorno a Jeffrey Nothing, Shmotz e Skinny trovano posto musicisti session di valore come Tommy Church ed il redivivo J Mann che grida con tutte le forze nel microfono. Il problema è però che i pezzi sono creativamente poverissimi sebbene tre cantanti permettano una grande varietà di soluzioni. La dedica dell’album è per l’ex membro John “JJ Righteous” Sekula e la moglie del drummer scomparsi recentemente ma un’altra andava fatta a Mike Patton per ‘Qwerty’ sulla quale tra l’altro è stata poggiata buona parte della promozione. Just Mic dei 10000 Cadillacs appare in ‘Childlike’ mentre Jackie Laponza degli Unsaid Fate rafforza la melodia portante di ‘We Are The Truth’ ma senza risultati confortanti. Non capisco inoltre il senso della cover posta in chiusura.

Downset
One Blood

Un tempo c’erano il Dynamo Festival e la scena hardcore newyorkese. Un tempo bastava portare Downset, Agnostic Front e Biohazard su un palco per scatenare il pandemonio. Poi sono arrivati gli Hatebreed ed il metalcore e tutto è finito. Lo storico gruppo rap metal ha però ancora molto da dire e ‘One Blood’, primo album dopo circa dieci anni di pausa, marca un grande ritorno per i californiani. Per non generare confusione questa è una line-up completamente diversa da quella che l’anno passato ha suonato in giro per il mondo fino all’infortunio di Chris Lee. Senza di lui ed il chitarrista Rogelio Lozano ma con il ritorno dei membri originari Rey Oropeza, ad un passo da prendere il posto di Zack De La Rocha nei Rage Against The Machine, Brian Ares Schwager e James Morris e del batterista Chris Hamilton. Al di là delle naturali speculazioni il materiale è piuttosto consistente, soprattutto nella prima parte, e sono certo che dal vivo ci sarà sempre da divertirsi. Il cd è stato registrato in tre diverse location tra California e Maryland e questo ha reso il materiale un po’ frammentato nonostante l’eccellente mixaggio di Wesley Seldman. Quando però parte l’attacco della title track e Rey Oropeza grida nel microfono c’è poco da fare. Arrendersi non è sufficiente. Possiamo solo inchinarci ad una delle live band migliori degli anni novanta. Se poi ‘One Blood’ si dimostrerà migliore di ‘Check Your People’ o ‘Universal’ sarà la storia a dircelo ma a noi interessano le emozioni. Ed in questo caso le emozioni sono fortissime.

Electric Citizen
Sateen

Si definiscono heavy rock dall’Ohio, escono per la EasyRider Records, che recentemente ha dato alle stampe l’esordio dei Salems Pot, e sono una via di mezzo tra Blood Ceremony, Uncle Acid and The Deadbeats e Mount Salem. Il vero punto di forza coincide nella presenza fisica e vocale di Laura Dolan che è in grado di trascinare l’ascoltatore quasi fosse in un viaggio nel tempo. E’ lei a rendere imperdibili ‘Magnetic Man’ e ‘Light Years Beyond’ con il discreto supporto di Ross Dolan alla chitarra, Nick Vogelpohl al basso e Nate Wagner alla batteria. Molte delle possibilità di emergere al di fuori dei propri confini dipenderanno da come la band riuscirà a trasportare queste canzoni dal vivo ma la sensazione di trovarsi all’inizio degli anni settanta tra frangenti ipnotici, rituali alla Sir Lord Baltimore o Amon Düül e retaggi anche degli indimenticati Cream. L’album è stato registrato e prodotto a Cincinnati sotto la supervisione di Brian Olive, in passato al servizio di The Greenhornes e Soledad Brothers, e specialmente nel passaggio dalle atmosfere oscure di ‘ Hawk Nightingale’ al folk metal di ‘Shallow Water’ si percepisce che a livello di suoni si potrebbe fare ancora meglio. Assolutamente perfetto invece l’artwork di Neil Krug che riprende a meraviglia il concept di questi ragazzi devoti al decennio d’oro.