Rival Consoles
Howl

Ryan Lee West torna a proporre materia più introversa dopo avere tentato una strada più commerciale con il secondo full lenght della sua carriera. Rispetto allo straordinario ‘Kid Velo’ l’idm del produttore inglese si è fatta più oscura e prossima alla tipologia di approccio di pilastri della scena moderna come Ben Frost e Jon Hopkins. Con questo non voglio dire che ‘Howl’ sia una copia di quanto proposto da altri eppure appare evidente che Rival Consoles si sia messo in discussione e abbia voluto misurarsi su territori condivisi. Il tocco chitarristico è sempre presente tra pulsioni techno, synth analogici e feedback digitali e le collaborazioni hanno permesso di accrescere lo spessore della release. In ‘Walls’ troviamo il violoncellista Peter Gregson mentre l’arrangiamento di ‘Low’ viene esaltato dal percussionista di scuola jazz Fabian Prynn. ‘Afterglow’ richiama alla mente i Kiasmos ma è in ogni caso la vibrante ‘Ghosting’ a rappresentare l’apice di un percorso artistico che adesso può dirsi arrivato a destinazione. In futuro probabilmente Ryan Lee West cambierà ancora e vedremo se la Erased Tapes sarà in grado di soddisfare le sue ambizioni da classifica.

P.R.O.B.L.E.M.S.
Another Day

Non ci sono più i dischi punk di una volta. Il fatto che tutti abbiano un laptop e possano registrare e produrre qualunque cosa in condizioni professionali, non solo ha appiattito verso il basso il livello medio di uscite ma ha spazzato via quelle band che possedevano i valori del garage e della vecchia scuola punk. Per fortuna ogni tanto arrivano in redazione gemme come ‘Another Day’ che dimostrano come si possa nutrire ancora la speranza di un ritorno al passato. In queste dieci tracce la band di Portland racchiude quattro anni di esperienze positive e negative, tante porte sbattute in faccia, ore passate ai Red Lantern Studio con Evan “Mauz” Mersky e l’orgoglio di sbattersi per i fans della prima ora. L’attitudine irriverente di ‘Make It Through The Night’ non è mutata affatto ma adesso i P.R.O.B.L.E.M.S. hanno i mezzi per elevarsi dallo status di culto underground a cui sono rimasti aggrappati finora. La comunanza di intenti con i Demingoat – che vedono la presenza di membri di Backyard Babies, Supercharger e Mustasch – è palese ma se in quel caso parliamo di un progetto parallelo che deve ancora trovare lo spazio che merita nello specifico siamo al cospetto di una band che sulla scia del debutto e dei sette pollici ‘Gotta Get Away From You’ e ‘Chemicals’ ha seminato grane dal vivo in diversi stati federali. ‘You Gonna Die’ e ‘Assume The Worst’ farebbero impazzire Nicke Andersson, ‘Figure It Out’ e ‘I Never Learn’ sono inni da gridare a squarciagola e ‘Until The End’… Fino alla fine appunto..

Iron Maiden
The Book Of Souls

Sono due gli aspetti importanti da sottolineare prima di analizzare nei dettagli questo album. Il primo è che la più grande band heavy metal di tutti i tempi si è spostata decisamente su territori prog. Non aspettatevi i Fates Warning tanto per essere chiari ma atmosfere più dilatate, tempi lunghi ed un approccio lirico che ricorda due loro capolavori di fine anni ottanta come ‘Somewhere In Time’ e ‘Seventh Son Of A Seventh Son’. Il secondo aspetto – quello che nessuno di noi avrebbe voluto considerare – concerne la malattia e la degenza di Bruce Dickinson che hanno inevitabilmente avuto dei riflessi sull’organizzazione dell’ultimo anno di quella che puo’ considerarsi a tutti gli effetti una multinazionale. ‘The Book Of Souls’ è arrivato nei negozi tra perplessità e retaggi di orgoglio potendo sempre puntare sulla gigantesca promozione che si addice a icone del genere. La partenza è affidata agli otto minuti di ‘If Eternity Should Fail’ che richiama da subito ‘The Final Frontier’ senza entusiasmare. Il primo singolo estratto dall’album, ‘Speed Of Light’, e la title track sono l’esempio di come il songwriting di Steve Harris a partire da ‘The X Factor’ in poi abbia perduto in smalto e sia ricorso a troppe forzature. In altri frangenti invece la lunghezza del brano non inficia affatto la freschezza dei cambi di tempo e delle linee melodiche col cantante che emerge ancora una volta per la sue immense qualità. E’ il caso di ‘The Great Unknown’, che avrebbe potuto benissimo fare parte di ‘Accident Of Birth’ per quanto è evidente il tocco di Adrian Smith, della micidiale ‘Death Or Glory’ e della imponente suite ‘Empire Of The Clouds’ che sfiora i venti minuti di durata senza mai annoiare. Non male nemmeno ‘Shadows Of The Valley’ e ‘The Man Of Sorrows’, scarsa originalità del titolo a parte, mentre ‘The Red And The Black’ e ‘Tears Of A Clown’ sono due episodi di cui la discografia degli Iron Maiden avrebbe fatto volentieri a meno. Tutto sommato ci troviamo di fronte ad un album lontano dai loro apici ma con qualche spunto degno di nota, prodotto e mixato con tanti soldi a disposizione da Kevin Shirley e illustrato a dovere da Mark Wilkinson. Poche incertezze sul fatto che sarà un successo.

Herrenmagazin
Sippenhaft

Quarto album per la band indie rock tedesca che avevo avuto modo di conoscere ai tempi del debutto uscito per l’etichetta berlinese Motor Music. Poi sono usciti ‘Das Wird Alles Einmal Dir Gehören’ e ‘Das Ergebnis Wäre Stille’ che ne hanno rafforzato la posizione nella scena locale ma sono passati abbastanza inosservati lontani dai loro confini. La svolta potrebbe avvenire con ‘Sippenhaft’ nonostante il cantato in lingua madre possa rappresentare sempre un freno a livello promozionale. Questo perché il nuovo lavoro si pone sia in termini di songwriting sia in termini di produzione su un gradino superiore rispetto agli standard precedenti offrendo una valida alternativa a quello che proviene dal mercato statunitense o anglosassone. Una chiave del suono degli Herremagazin consiste nella ricerca atmosferica che passa dalla voce di Deniz Jaspersen ma vede il batterista Rasmus Engler, in precedenza nei Gary di Robert Stadobler, assoluto protagonista. Il mixaggio, effettuato da Gregor Hennig e Tobias Siebert presso il Radio Buellebrueck Studio della capitale, esalta le loro performance ed alcune intromissioni in territori shoegaze si alternano a pezzi come ‘Halbes Herz’ e ‘Käferlicht’ che potrebbero provenire dalle sessioni di registrazione di ‘‘Das Ergebnis Wäre Stille’. Da segnalare il contributo del violoncello di Bojana Tadić.

Intronaut
The Direction Of Last Things

Con il passare degli anni quella che era una delle più interessanti rivelazioni dell’underground statunitense si è trasformata in una realtà trasversale capace di unire appassionati di post metal, sludge e prog. E’ proprio la propensione a quest’ultimo genere che caratterizza le divagazioni tecniche dei losangelini ormai arrivati ad un punto della carriera in cui sarebbe ridicolo volere ancora dimostrare qualcosa. Nella loro discografia ‘The Direction Of Last Things’ si colloca idealmente a metà tra ‘Valley Of Smoke’ e ‘Habitual Levitations (Instilling Words with Tones)’ con la sezione ritmica formata da Danny Walker e Joe Lester che lascia spesso atterriti ed un guitar work sempre più curato. ‘Digital Gerrymandering’ ricorda qualcosa dei vecchi Between The Buried And Me mentre in ‘City Hymnal’ sembra di essere al cospetto dei tramonti nordici che tanto hanno ispirato ai Cult Of Luna. L’iniziale ‘Fast Worms’ è invece il tipico pezzo della formazione nata dall’unione di membri di Anubis Rising, Uphill Battle, Impaled e Exhumed. Ascoltandolo si evince quanto si sia evoluto il quartetto a partire da ‘Void’ e, considerata anche la scarsità di profili interessanti nel movimento, non mi stupirei se ‘The Direction Of Last Things’ ottenere un risconto ancora maggiore dei suoi predecessori.

Megaherz
Erdwärts

E’ fuori di dubbio che ‘Zombieland’ abbia rappresentato un segnale importante da parte di un gruppo che per anni hanno subito in maniera eccessiva il paragone con i Rammstein ed altre realtà dell’industrial tedesco come Oomph!, Eisbrecher, Unheilig e Stahlmann. E’ inutile sottolineare come il successo degli autori di ‘Herzeleid’ sia irripetibile ma rispetto alla restante parte della concorrenza i Megaherz non hanno veramente nulla da invidiare e questo ep, che si muove nella medesima direzione concettuale del precedente full lenght, non fa che confermarlo. Anche grazie alla sua scorrevolezza e varietà, ‘Erdwärts’ si rivela un eccellente esempio di Neue Deutsche Härte che scava nell’immaginario di The Walking Dead e punta senza riserve sulla performance vocale di Alexander “Lex” Wohnhaas e sul programming di Christian “X-Ti” Bystron. I suoni non sono cambiati e le chitarre sono quadrate e potenti, il basso è protagonista in ‘Wer Hat Angst Vorm Schwarzen Mann?’ e ‘Teufel’ mentre una voce femminile impreziosisce ‘Einsam’. L’apice coincide in ogni caso con la micidiale ‘Glorreiche Zeiten’ che si stamperà immediatamente nella vostra testa e vi costringerà ad approfondire la conoscenza di questa divertente band che meriterebbe un riconoscimento internazionale.

Apophys
Prime Incursion

La Metal Blade punta forte su questa formazione technical death metal olandese che vede tra le proprie fila il potente batterista Michiel van der Plicht, già con God Dethroned e Winter Of Sin, e nutre una passione sfrenata per la fantascienza ed in particolare per Stargate in cui uno dei potenti antagonisti si chiama proprio Apophys. Le menti dietro a ‘Prime Incursion’ sono soprattutto Kevin Quilligan e Sann van Diijk, rispettivamente cantante e chitarrista degli Erebus ed entrambi ex Toxocara. Il loro songwriting è devoto a realtà piuttosto affermate come Gorguts e Svart Crown con un certo accento moderno che mi ha ricordato qualcosa dei Job For A Cowboy. Del mixaggio si è occupato direttamente il frontman mentre la masterizzazione è stata effettuata da Stefano Morabito presso il 16th Cellar Studio (Fleshgod Apocalypse, Hour Of Penance). L’inizio di album è incoraggiante ed i primi pezzi mettono in evidenza la caratura dei musicisti pur senza impressionare. A lungo andare però ‘Prime Incursion’ diventa estremamente noioso e si ha spesso la sensazione che i brani siano stati costruiti al computer e possano risultare confusi dal vivo. Se tutta la scaletta si fosse immolata ai livelli di ‘Miscreants’ il giudizio sarebbe stato differente ma così non è e gli Apophys saranno chiamati a dimostrare di meritarsi un contratto discografico ambizioso.

Nosound
Teide 2390

La musica dei Nosound è talmente toccante ed evocativa che a volte potrebbe pure fare pensare a qualcosa di irreale. A cancellare qualunque perplessità esce questo live registrato nel settembre scorso all’Osservatorio Spaziale di Mount Teide, a 2390 metri di altitudine, durante lo Starmus Festival. Una location speciale, sull’isola di Tenerife, dove astronomia e prog si sono fusi con lo sguardo impenetrabile di Giancarlo Erra ed il suo talento straordinario. Personalmente ‘Afterthoughts’ rimane uno degli album più avvincenti degli ultimi anni e le cinque tracce riprese nell’occasione vengono trasposte in sede live con fermezza di tratto e consapevolezza dei propri mezzi tecnici. Contorni suadenti, disegni che si liberano nell’aere e commistioni art rock che si dilatano per minuti infiniti. Dopo l’eccezionale introduzione riservata a ‘In My Fears’ e ‘Fading Silently’ viene lasciato spazio a brani di ‘Sol29’, ‘Lightdark’ e ‘A Sense Of Loss’ e dopo numerosi ascolti posso affermare che i due apici dell’esibizione sono coincisi con ‘I Miss The Ground’ e ‘The Moment She Knew’, non a caso scelta come conclusione dello show. A corredo del cd, contenente l’intero set, viene distribuito un dvd con un film del concerto, versione standard e HD entrambe in stereo e 5.1 surround mix oltre ad un magnifico libretto di ventiquattro pagine.

Gavin Harrison
Cheating The Polygraph

Finchè sua maestà Steven Wilson non scioglierà le riserve sul futuro dei Porcupine Tree le opere soliste dei vari membri continueranno ad accendere la curiosità degli appassionati di prog. Ancor più quelli del batterista – che ricordiamo con King Crimson, Alice e Claudio Baglioni – che dopo la collaborazione con 05Ric ha lavorato all’ipotetico successore di ‘Sanity & Gravity’ avvalendosi del contributo del sassofonista Nigel Hitchcock e del bassista Laurence Cottle (in passato al fianco di Eric Clapton, Gary Moore e Alan Parsons e compositore di colonne sonore come Arma Letale e Crossroads). ‘Cheating The Polygraph’ non si basa però su inediti ma su tracce del repertorio dei Porcupine Tree rivisitate sulla falsa riga delle sperimentazioni avanguardistiche di Frank Zappa & The Mothers Of Inventions. Un’esperienza da “big band” che trova il suo maggiore compimento con ‘Sound Of Muzak/So Called Friend’ e ‘Hatesong/Halo’ anche se è stata la versione di ‘Futile’ a dare il via all’intero progetto. Jazz, swing, prog ed un estro innato per gli arrangiamenti si fondono in una scaletta avvincente per i vecchi fans ma anche per coloro abbiano semplicemente la mente aperta per qualunque commistione culturale e non abbiano timore di ascoltare qualcosa che conoscono meno. Rimangono i dubbi sull’eventuale successore di ‘The Incident’ ma adesso almeno avrete modo di distrarvi un po’.

Birth A.D.
I Blame You

Una copertina stupenda introduce la prima fatica su lunga distanza dei texani che segue di circa quattro anni il mini ‘Stillbirth Of A Nation’. La proposta del trio è un thrash old school con fortissime influenze punk sulla falsa riga di D.R.I., S.O.D. e Nuclear Assault. L’impatto live è quello che conta di più per loro e, a parte un paio di casi ovvero ‘Burn L.A.’ e ‘Kill Everybody’, i pezzi sono tutti tirati e velocissimi. Come se fossero stati registrati in presa live. Fino adesso il bassista-cantante Jeff Tandy ed il batterista Mark Perry avevano suonato insieme negli Averse Sefira ed accumulato esperienze come musicisti session per Krieg e Incantation. Il chitarrista Brian Morrison invece aveva militato con scarsa fortuna in Death Of Millions e Show Me On The Doll. Adesso i tre sembrano avere trovato la formula di espressione giusta e titoli del calibro di ‘Equal Opportunity’, ‘Bring Back The Draft’ e ‘This Scene Sucks’ sono un esempio lampante della loro cinica ideologia che potrebbe associarsi alla grande a questa ondata di revival che ha colpito l’intero movimento. Da segnalare in chiusura la cover di ‘Blow Up the Embassy’ dei Fearless Iranian From Hell.