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parole di Lorenzo Becciani

aprile 10th, 2017

Joy Shannon And The Beauty Marks
Mo Anam Cara

L’immaginario fotografico creato da Xun Chi ed il video girato per ‘Midwinter Ghost’ da Matt Kollar descrivono a meraviglia la visione della stupenda musicista di origini irlandesi che segue rigidamente il calendario celtico e considera la propria arte un ciclo continuo ed un modo per manifestare l’amore per la cultura pagana. ‘Mo Anam Cara’ è il sesto full lenght registrato con un collettivo che vede protagonisti il bassista Andy Zacharias, le vocalist Amelia Barron e Rachel Star Albright ed i chitarristi Jon Zell e Daryl Hernandez, che ricordiamo nei Deathkings. Dal punto di vista musicale le composizioni possono essere collocate tra neo folk e dark wave con l’arpa e la voce di Joy Shannon (The Offering, Dovelles, Gitane Demone, Christian Death) che impregnano l’etere di suadenti melodie ancestrali. Gli arrangiamenti orchestrali e stacchi chitarristici che vanno dal doom allo shoegaze completano il quadro strumentale e la produzione di Mark Sheppard risulta quanto mai organica ed efficace. Un album che potrebbe venire apprezzato dagli appassionati di gothic così come da chi ama la musica da camera. ‘Samhain’, ‘The Fires Of Beltaine’ e ‘Midsummer Witch Hunt’ i passaggi più emotivamente toccanti.

aprile 9th, 2017

Forgotten Tomb
Hurt Yourself and The Ones You Love

Pur non riuscendo a superare lo spettrale ‘…And Don’t Deliver Us From Evil…’ i piacentini hanno confezionato un altro mirabile esemplare di black metal intriso di influenze doom e stacchi atmosferici di spessore. Ancora una volta follia e incubi sono protagonisti di un viaggio negli inferi segnato dai riff selvaggi di Ferdinando “Herr Morbid” Marchisio e una sezione ritmica impeccabile. Rispetto al passato la band ha posto l’accento sul groove ma non aspettatevi certo Pantera o Disturbed. Quello dei Forgotten Tomb è infatti un trademark consolidato e Terje Refsnes, che ricordiamo per le collaborazioni con Novembre e Destroyer 666, non ha dovuto fare altro che esaltarne epicità e potenza cadenzando più o meno gli arrangiamenti o alzando chitarra e battera nel mixaggio conclusivo. Dalle registrazioni effettuate presso i Sound Suite Studios di Marsiglia spiccano ‘King of the Undesirables’ e la title track che per certi versi mi hanno riportato con la mente alla disperata malinconia di ‘Love’s Burial Ground’. L’approccio cupo e annichilente della band non è però mai nostalgico ed infatti ‘Hurt Yourself and The Ones You Love’ si chiude magnificamente con ‘Dread The Sundoen’, che in otto minuti riassume un po’ tutta la discografia, e la strumentale ed evocativa ‘Swallow The Void’, che apre ad ulteriori future sperimentazioni. Il tour che li vedrà protagonisti in autunno con i Nocturnal Depression si annuncia fin d’ora imperdibile.

aprile 8th, 2017

Steve Vai
Stillness In Motion: Vai Live in L.A.

E’ finalmente disponibile la prima delle operazioni con cui il chitarrista cresciuto all’ombra di Frank Zappa, in accordo con Legacy Recordings, recupererà il meglio dei suoi archivi in attesa di un nuovo studio album o del terzo capitolo di ‘Real Illusions’. Questo doppio live contiene le registrazioni del concerto tenuto il 12 ottobre di tre anni fa al Club Nokia di Los Angeles durante l’ormai celebre ed estenuante Story Of Light World Tour, che ha visto l’autore di ‘Passion And Warfare’ impegnato in oltre duecentocinquanta date per ottantacinque nazioni visitate. Un successo che ha premiato la freschezza di buona parte del materiale presente su ‘The Story Of Light’ e che adesso ritroviamo in questa spettacolare performance impreziosita da un documentario di oltre tre ore denominato The Space Between the Notes (Tour Mischief). Il rapporto con le diverse orchestre viene analizzato soprattutto in questa seconda parte mentre in scaletta spiccano le versioni di classici quali ‘Tender Surrender’, ‘The Ultra Zone’ e ‘For The Love Of God’. Dei pezzi estratti dalle ultime recording session la reprise del blues tradizionale ‘John The Revelator’, ‘Weeping China Doll’ e ‘The Moon And I’ sembrano quelli più adatti a stupire i fans del maestro in sede live.

aprile 7th, 2017

The Side Of Jordan
Set The Record Straight

Lo stravagante artwork di Matthieu Lere introduce un album dove trip hop, sperimentazione e noise convivono magicamente grazie agli ospiti invitati in studio da Philippe Thiphaine alla ricerca di una nuova veste per le sue idee. Su ‘Set The Record Straight’ troviamo anche l’altro Sasha Andrès, con lui negli Heliogabale, Eugene Robinson degli Oxbow, Aidan Craik e Alexandra Pontvianne per nove brani che cattureranno l’interesse di coloro conoscono a memoria la discografia di 4Hero (‘Two Pages’ resta uno dei capolavori della seconda metà degli anni novanta) e Bill Frisell (è evidente che l’autore abbia consumato ‘Angel Songs’ e ‘Blues Dream’) ma anche dei più aperti di mente di voi che non si limiteranno a qualche minuto di musica diverso dal solito. ‘The Great Outdoors’ e ‘Inside Productions’ sono i passaggi chiave della release. La prima perché la voce del muscoloso frontman di colore è quanto di più lontano di quello che ci si attenderebbe di sentire associato a certa elettronica. La seconda perché riesce a coniugare un inatteso potere cinematico con una struttura compositiva tipicamente rock nonostante le chitarre siano limitate a qualche plugin. Sarà curioso vedere se il progetto avrà una trasposizione dal vivo e soprattutto in futuro. Il disegno artistico messo in mostra è ambizioso e forse nemmeno del tutto sviluppato.

aprile 6th, 2017

Numph
Theories Of Light

La scena prog metal italiana mostra segni di risveglio e dopo l’eccellente ‘Vox Vult’ dei Simus anche il presente album merita tutta l’attenzione degli appassionati del genere. I toscani hanno dalla loro un approccio compositivo piuttosto oscuro e, se alcuni pezzi come ‘In Dark Limbo’ fanno il verso ai Blackfield ed alla discografia solista di Steven Wilson, in altri frangenti si ha la sensazione che la macchina live dei Numph sia pronta ad accelerare in qualsiasi momento. I ragazzi sono bravi a mantenere alta la tensione anche quando le soluzioni risultano più scontate. Il guitar work di Luca Giampietri è signorile e maturo per spingere le band a livelli importanti, ‘Within The Core’ richiama alla mente i Tool mentre ‘Jackob’s Ladder’ e ‘Deep Impact’ sono i due passaggi più heavy in scaletta. Il prodotto è curato nel migliore dei modi grazie al contributo dietro la console di Matt Bayles, già al fianco dei Mastodon, e Ed Brooks, che si è occupato della masterizzazione. Da migliorare a mio avviso l’arrangiamento delle parti vocali che a volte non sfruttano al massimo le doti naturali di Marco Bartoli e la produzione della batteria che necessiterebbe di uno sforzo in più per assestarsi sugli standard internazionali.

aprile 5th, 2017

Andrea Chimenti
Yuri

Per una volta forse più bravo come scrittore che come autore musicale ma comunque decisamente interessante nel suo continuo scavare nel proprio intimo artistico. Così Andrea Chimenti, ad un anno dalla pubblicazione del suo esordio letterario concede alle stampe tredici tracce che di fatto sonorizzano quell’esperienza ed aiutano a capire ancora di più “un ragazzo depredato, senza riferimenti, senza voce, senza memoria: puro istinto di sopravvivenza in un mondo ostile, sadico, lercio”. Un parallelo potrebbe essere fatto su come l’ex Moda affronti l’adolescenza di oggi rispetto per esempio ad Isabella Santacroce, sublime e letale in ‘Supernova’. Un altro con qualche lavoro del passato come ‘L’Albero Pazzo’ e ‘Tempesta Di Fiori’. In ogni caso ‘Yuri’ è un album in cui il pop assume toni diretti, a tratti politici, e quasi sempre oscuri (‘Torbidi Giocolieri’ e ‘Cenere’). Davide Andreoni e Francesco Chimenti dei Sycamore Age lo hanno aiutato a renderlo attuale, con successo, e solo l’aderenza alla narrazione in qualche episodio ha finito per limitare l’estro del musicista. Ce ne fossero in ogni caso di uscite trasversali come questa dove l’arte viene prima di tutto e per le quali le catalogazioni risultano fallaci in qualsiasi contesto.

aprile 4th, 2017

Sodom
Sacred Warpath

Sinceramente non capisco il motivo di pubblicare un ep con un inedito e tre estratti dal vivo in questo periodo storico. In realtà release del genere non avrebbero avuto senso neanche dieci anni fa ma ancora più oggi che non si vendono neppure gli album normali e figuriamoci gli ep. Tra l’altro i Sodom non sono una giovane band che ha bisogno di catturare l’attenzione di nuovi fans ma dei vecchiacci amanti del thrash che dovrebbero stare molto attenti a non deludere i propri discepoli. Questo avverrà senza dubbio con ‘Sacred Warpath’ e non perché la title track sia moscia. Al contrario il riff è bestiale, Tom Angelripper fa il verso a Tom Araya ed avrebbe potuto benissimo stare sull’ottimo ‘Epitome Of Torture’ ma sono convinto che pure i più fanatici tra i loro seguaci rimarranno contraddetti. Delle versioni live presenti la migliore è sicuramente ‘The Saw Is The Law’ mentre l’artwork è stato ripreso da un demo degli anni ottanta e dipinto ad olio da Christian Emmel. Citando le parole del leader: “I nuovi pezzi saranno più grezzi, brutali e rappresenteranno tutto quello che ci fa paura e che ci fa venire incubi, più o meno come il modo pieno di odio in cui vivamo”. Aspettiamo quindi il nuovo full lenght per esprimere un giudizio più esaustivo sullo stato di forma attuale dei tedeschi.

aprile 3rd, 2017

Papa Roach
F.E.A.R.

Continuano i tentativi di aggrapparsi al passato per i californiani che da parte loro pagano la crescita ed il carattere volubile del pubblico, prevalentemente adolescenziale, che li sorresse ai tempi di ‘Infest’. Continuano però anche i progressi della band guidata da Jacob Shaddix che sfodera la migliore prova dall’uscita del suddetto bestseller ad oggi. Saranno la crisi del mercato o la maturità, saranno le liriche più personali di una volta che lo hanno ispirato – e che lo vedono avvicinarsi pericolosamente a tematiche cristiane tra l’altro – ma fatto sta che ‘F.E.A.R.’ lo vede primeggiare dal primo all’ultimo istante. Se la tecnologia aveva supportato in maniera determinante il songwriting e la produzione del precedente ‘Connection’, in questo caso i Papa Roach sembrano veramente tornati all’apice della loro carriera con una serie di pezzi commerciali ma suonati in modo onesto. Siamo senza dubbio al cospetto di un full lenght dalle molteplici sfumature, che possiede un’anima pop, una punk ed almeno un’altra nostalgicanei confronti dell’era nu metal. Kevin Churko, che ha fatto la fortuna dei Five Finger Death Punch, ha cercato di esaltare stacchi ritmici heavy e ritornelli super melodici e se è vero quanto grida il frontman in ‘Skeletons’, “Brick by brick I’ve built this wall..”, allora per i Papa Roach potrebbero spalancare nuove porte in chiave mainstream. ‘Broken As Me’ e ‘Hope For The Hopeless’ sembrano i passaggi dotati di maggiore potenziale in una scaletta che potrebbe accontentare i vecchi fans e trovarne di nuovi.

aprile 2nd, 2017

Patrons
The Momentary Effects Of Sunlight

Fino adesso un paio di colleghi me li aveva passati come la risposta britanni ai La Dispute. Un paragone non certo di poco conto visto che gli autori di ‘Rooms Of The House’ sono tra le formazioni più interessanti dal vivo del momento ma quando ho finalmente potuto ascoltare il materiale della band nata sulla costa sud occidentale c’è voluto poco per capire che qualunque paragone sarebbe limitante per i Patrons. Nonostante la rete e la crisi del mercato attuale tutti i giorni ci metta di fronte a decine di proposte diverse tra loro è raro imbattersi in tanta personalità. ‘The Momentary Effects Of Sunlight’ è il secondo ep che segue dopo meno di un anno la prima release dei ragazzi che nel frattempo hanno accumulato esperienza dal vivo e reso il proprio post-hardcore ancora più interessante. Un esempio è l’iniziale ‘Lost Age’ che si ispira alla lentezza cinematica ai This Will Destroy You per accrescere la tensione in vista degli episodi successivi. ‘Circus’ e ‘Old Rain’ sono i pezzi che permettono a Danny Brooks di mettersi in maggiore evidenza ma il suo affiatamento col chitarrista Mark James Hoynes è chiaramente uno dei punti di forza della band. ‘Blood Symphony’ tende a combinare tutti gli elementi espressi fino a quel momento lasciandoci con l’impressione che in futuro l’obiettivo potrebbe essere quello di rendere più elaborati gli arrangiamenti. A questo punto l’attesa per la prima fatica su lunga distanza si fa febbrile così come la curiosità di vederli suonare dalle nostre parti.

aprile 1st, 2017

A Time To Hope
Full Of Doubts

Un post hardcore essenziale e di discreta qualità quello dei transalpini che non badano troppo alla forma – nonostante l’artwork molto curato – e danno l’anima in cinque pezzi che citano Living Colour e Shellac oltre alle icone attuali del genere. Questa propensione per il crossover e per il noise rende decisamente più fluida e imprevedibile la scaletta dell’ep che può vantare la partecipazione di Robin Renard degli Anchors Away nella conclusiva ‘Catfish’. ‘RosaRosa’ fissa gli standard per l’intero ascolto, Franck Da Silva è un portento dietro al microfono mentre chitarre e basso si ammassano quasi fossero state registrate nella sala prove dei Dillinger Escape Plan. Il mixaggio penalizza un pò la batteria che a tratti scompare ma siamo certi che il riscontro ottenuto dal mini potrà permettere alla band un budget superiore da investire nell’intero processo creativo della prima fatica su lunga distanza. Per il momento promossi per freschezza e attitudine in attesa che il video di ‘Sweet T’ e la promozione della Dooweet Agency (Betraying The Martyrs, Cowards e Parisian Walls) faccia il suo dovere. Dalle parti di Montpellier non si scherza affatto.

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