Crea sito

parole di Lorenzo Becciani

agosto 27th, 2016

Rorcal
Világvége

Un passo indietro rispetto a ‘Heliogabalus’ per gli svizzeri che tratteggiano la fine del mondo attraverso sonorità doom, drone e black metal ma meno personalità di quella che ci saremmo attesi. Sicuramente ‘Világvége’ mantiene le caratteristiche di indigeribilità e spessore concettuale della precedente opera anche se qualche movimento si perde nell’ossessività della proposta e riesce ad essere esclusivamente monolitico. Al raffronto con gruppi come Celeste o Downfall Of Gaia si avverte infatti un peso specifico minore delle dinamiche e questo finisce per penalizzare soprattutto le tracce più lunghe. Un po’ come accade per i The Secret, i Rorcal si rifanno alla scuola norvegese al fine di tracciare le parti più ferali ed in tal senso ‘VII’ e ‘VIII’ si distinguono per malvagità. Per evitare di disperdersi tra le tante uscite del genere ci sarà bisogno di apportare qualche modifica e non limitare lo spartito sebbene l’attitudine non possa essere messa in discussione.

agosto 26th, 2016

The Pineapple Thief
Your Wilderness

Nonostante il successo, Bruce Soord è arrivato ad un momento in cui non riusciva più a scrivere o comunque in cui si vedeva bloccato dal punto di vista artistico. Un altro album come ‘Magnolia’, seppure idolatrato da critica e pubblica al pari di ‘Tightly Unwound’ e ‘All The Wars’, non avrebbe avuto senso nella sua testa. Ecco perché si è dato alla carriera solista ed ecco perché ‘Your Wilderness’ rappresenta una sorta di passo indietro in termini di songwriting e performance. Nulla viene tolto alla bravura del musicista inglese, anzi alcuni passaggi dell’album sono da considerare tra i migliori di sempre in carriera, che ha preferito lasciare più spazio alla band ed alle collaborazioni. Al suo fianco, oltre ai fidati John Sykes e Steve Kitch, troviamo un batterista straordinario come Gavin Harrison e numerosi ospiti tra cui John Helliwell dei Supertramp e Geoffrey Richardson dei Caravan. Il leader cerca continuamente una connessione con l’ascoltatore e la scaletta è costituita da canzoni evocative che si avvicinano ai Radiohead, esibiscono uno spiccato profilo alt rock e non dimenticano le origini prog. L’approccio alla psichedelia non si traduce in bollenti digressioni elettriche ma, puntando sulla pacatezza e l’organicità dell’ambientazione sonora, si rivela allo stesso modo subliminale e vincente. L’estro degli inglesi si riflette in arrangiamenti elaborati, alcuni dei quali impreziositi da una componente elettronica per niente invasiva, e linee melodiche di gusto raffinato. ‘No Man’s Land’ e ‘That Shore’ i pezzi che vi lasceranno senza respiro ma anche ‘The Final Thing On My Mind’ sono superbi. Nell’edizione limitata è presente anche una piece prog ambient di quaranta minuti.

agosto 25th, 2016

Lacrimas Profundere
Hope Is Here

I tedeschi sono attivi, con alterne fortune, da oltre vent’anni anche se ricordo come fosse ora l’uscita di ‘…and the Wings Embraced Us’. In seguito la band ha cercato di sfruttare l’onda del gothic metal mettendo da parte le influenze doom e death e puntando su un approccio più melodico che qualcuno non ha gradito. In un certo senso quest’album dal punto di vista lirico e atmosferico può essere considerato un ritorno alle origini o comunque un tributo ai cosiddetti ‘The Fallen Years’ anche se lo stile di Rob Vitacca (Beyond That Window) è quello e non avrebbe senso metterlo in discussione proprio adesso. La sezione ritmica è stata rinnovata con l’ingresso di Clemens e Christop Schepperle mentre l’ex Cydonian e Nightingale Tony Berger e soprattutto il fondatore Oliver Nikolas Schmid rappresentano il legame col passato. Un po’ come accaduto con ‘Antiadore’ i Lacrimas Profundere hanno ritagliato spazio per almeno due potenziali singoli di grande efficacia (‘My Halo Ground’ e ‘Pageant’) e hanno cercato di rendere più dinamico possibile il proprio metal malinconico. La title track e ‘The Path Of Broken Ones’ sono due esempi lampanti di come si è evoluta questa formazione che ci auguriamo possa promuovere adeguatamente il migliore lavoro dai tempi di ‘Songs For The Last View’.

agosto 24th, 2016

Haiduk
Spellbook

Le frequenti nevicate che accompagnano gli inverni di Calgary hanno spinto Luka Milojica a dare vita a questo progetto in bilico tra death melodico e atmospheric black. Rispetto al demo ‘Plagueswept’ i progressi sono evidenti e l’album risulta ben prodotto e confezionato, dotato di un accattivante libretto e di una copertina in grado di catturare l’attenzione. Detto questo il songwriting è ancora approssimativo e pure le buone idee vengono penalizzate dall’utilizzo della drum machine che appiattisce l’intera release. I suoni sono freddi ed a tratti si evince la ricerca di un’epicità di fondo che possa raccogliere consensi in più ambiti estremi. La scarsa concretezza di episodi come ‘Black Wind’ e ‘Hex’ lasciano però credere che la scelta di rimanere una one-man band e concentrarsi quasi esclusivamente sulle partiture di chitarra possa rappresentare un freno ad un’evoluzione necessaria per competere a certi livelli. Non male in chiusura ‘Lightning’ e ‘Vortex’ ma per stilare un giudizio positivo c’è bisogno di qualcosa in più.

agosto 23rd, 2016

Capsize
A Reintroduction: The Essence Of All That Surrounds Me

I Capsize provengono da San Diego ovvero una scena dove negli ultimi tempi le band sembrano proliferare più che da altre parti e nella quale di conseguenza la concorrenza è più elevata. Di loro si parla bene da anni ma il debutto non era ancora centrato al cento per cento e l’esuberanza delle loro performance dal vivo si traduceva in un suono poco personale in studio. Adesso invece i ragazzi sembrano avere raggiunto la completa maturazione e ‘A Reintroduction: The Essence Of All That Surrounds Me’ appare ricercato sia dal punto di vista lirico sia da quello dei suoni. La colonna sonora di un universo post hardcore che sembra l’unico in cui specchiare le proprie ansie giovanili vede Daniel Wands dimenarsi al microfono fin dall’inizio e delineare alla perfezione le figure di sociopatico e atapico. La componente alternative ha assunto un peso specifico importante e scorrendo la scaletta viene da chiedersi dove sono finiti Underoath e Norma Jean. ‘One Day I Won’t Be So Easy To Forget .’ e ‘Split My Soul’ sono troppo infantili per attrarre i più vecchi di voi mentre ‘Favorite Secret’ e ‘You Got The Wrong Idea’ sono tra le tracce che simboleggiano meglio l’evoluzione della band. Da segnalare le collaborazioni con Brendan Murphy dei Counterparts (‘Tear Me Apart’) e Tyler Ross dei Being As An Ocean (‘The Same Pain’).

agosto 22nd, 2016

Autopsy
Skull Grinder

Di ‘Skull Grinder’ Chris Reifert ha dichiarato: “Tecnicamente è un ep, ventisette minuti per sette canzoni, ma anche ‘Reign In Blood’ era ventotto minuti quindi..”. Credo che queste parole non abbiano bisogno di commento e siano sufficienti a descrivere l’attitudine di questa fantastica band e quello che andrete ad ascoltare premendo il tasto play del vostro lettore cd. Trattasi di death metal signori. Se non il migliore death metal che abbiate mai ascoltato molto vicino all’idea che vi siete fatti negli anni. Alcuni passaggi, come l’epica ‘Waiting For The Screams’, sono riconducibili agli esordi e sembrano veramente provenire da quelle indimenticabili sessioni di registrazione. Altri denotano come, per quanto rigidi alle regole ed alla propria etica professionale, gli Autopsy abbiano comunque cercato di evolversi quanto meno in termini di stimoli. Chitarra e batteria sono micidiali e quando la voce gutturale che sorregge ‘Strung Up And Gutted’ o ‘Children Of The Filth’ vi sarà entrata dentro non riuscirete più a liberarvene. Gloria a gruppi come loro che promuovono valori immortali e che il mercato di oggi, qualunquista ed in mano ai talent show o alle insofferenze delle etichette, non riuscirà per questo a cancellare.

agosto 21st, 2016

David Bowie
Blackstar

Un sogno dal quale non ho la minima intenzione di destarmi. Il primo impatto con ‘Blackstar’ è stato il video che Johan Renck ha girato per la title track che è stata scelta come sigla della serie televisiva The Last Panthers. Stiamo parlando di un artista e produttore che ha lavorato per Madonna e The Knife oltre ad essersi misurato alla regia di alcuni episodi di Breaking Bad, Vikings e The Walking Dead. L’immagine del Duca Bianco come profeta cieco nello spazio si adatta incredibilmente bene ad un personaggio che per motivi di salute ha dovuto interrompere l’attività dal vivo pur continuando a pubblicare album di spessore inaudito. Dopo il rock di ‘The Next Day’ è venuto il momento di immergersi in atmosfere dilatate che qualcuno ha già definito avant-jazz. In effetti il sax è spesso protagonista delle tracce ed in questo senso ‘Sue (Or In A Season Of Crime)’, pubblicata sulla raccolta ‘Nothing Has Changed’ e realizzata in collaborazione con Donny McCaslin, si è rivelata un’anteprima più significativa di quanto è stato sottolineato dalla critica. Le lavorazioni al Magic Shop di New York hanno visto tra gli altri coinvolti, oltre alla band del sassofonista, il produttore Tony Visconti, il chitarrista Ben Monder ed il tastierista Jason Linder. Tutte figure che hanno lasciato il segno nei solchi di ‘Blackstar’. Alle sessioni di registrazione ha partecipato anche James Murphy degli LCD Soundsystem però il suo contributo non è stato consistente come nelle previsioni. I dieci minuti della spettrale title track erano stati sufficienti a farmi perdere il senno ma ad infliggere la mazzata definitiva ci ha pensato il secondo singolo ‘Lazarus’ che per il sottoscritto ha significato un ritorno alle atmosfere vagamente industriali di ‘1. Outside’ e ‘Earhtling’. Cantato e testo sono semplicemente da brividi. Nello specifico la traccia è nata per un musical scritto insieme a Enda Walsh che ipotizza un seguito di ‘The Man Who Fell To Earth’ e per il quale è stato selezionato Michael C. Hall, conosciuto per Dexter e Six Feet Under, come protagonista. Il beat hip hop che sorregge ‘Tis A Pity She Was A Whore’ richiama alla mente ‘To Pimp A Butterfly’ di Kendrick Lamar che infatti è stato citato nelle interviste come fonte di ispirazione. ‘Dollar Days’ è una ballata impreziosita da un assolo di sax e un arrangiamento che tolgono il respiro mentre ‘I Can’t Give Everything Away’ un altro crescendo costruito sulla melodia più vicina al repertorio classico di David Bowie. Di sicuro in netto contrasto con ‘Girl Loves Me’ che invece sembra volere spingere l’ascoltatore in territori lynchiani. Ho letto colleghi che già parlano di album dell’anno. Non so quanto sia positivo che ‘Blackstar’ si ponga così tanto al di sopra della totalità delle uscite moderne. Forse non lo è affatto eppure dall’ascolto ne esco con un sorriso malizioso, una sensazione di benessere che avevo bisogno di riscoprire da tempo. In tutta sincerità del resto mi importa veramente poco.

agosto 20th, 2016

Hacktivist
Outside The Box

Con un solo ep omonimo registrato tre anni fa gli inglesi sono riusciti a costruire un’attività live consistente alimentando il passaparola anche fuori i propri confini. Un riscontro sorprendente che viene motivato con un debutto su lunga distanza superlativo e destinato a fare discutere l’intera comunità internazionale. Questo perché in ‘Outside The Box’ troverete un letale mix tra rap, grime, djent e nu metal. Immaginate di sentire i Korn di ‘Follow The Leader’ e subito dopo quelli di ‘The Path Of Totality’, tenete a mente l’evoluzione dei Meshuggah e ricordatevi che mentre negli Stati Uniti spopolavano i Rage Against The Machine di Zack De La Rocha e Tom Morello in Inghilterra si spaccavano il culo One Minute Silence e Earthtone9. Nello “scatolone dei giochi” degli Hacktivist c’è tanta di quella roba da fare incazzare per mesi le presenze femminili della casa in cui abitate. I ragazzi sono però bravissimi a non esagerare mai nella stesura degli arrangiamenti che risultano concreti e di riflesso vincenti. Jermaine “J” Hurley e Ben Marvin si alternano al microfono mentre Tim “Timfy” James, ex Heart Of A Coward, ci massacra con i suoi riff sincopati e Josh Gurner e Richard Hawking creano un muro di sottofondo da fare invidia alle migliori realtà estreme del pianeta. La sensazione è che se questi pezzi funzioneranno dal vivo anche solo la metà di come funzionano in studio ci saranno notevoli problemi di sicurezza nei locali dove si esibirà la band. Marlon Hurley inaugura la serie di collaborazioni dell’album con ‘Our Time’ ma sono ‘Hate’ e ‘Deceive And Defy’ a presentarci un suono moderno, prodotto come dio comanda e pronto a prendervi a calci dal primo all’ultimo istante. Quando poi arrivano Rou Reynolds degli Enter Shikari e ‘Taken’ ci si rende conto che l’hype attorno a questi reietti di Milton Keynes potrebbe crescere a dismisura con conseguenze letali per Kerrang! che si ritroverebbe le copertine bloccate per mesi. E’ vero che le chitarre rimandano al djent ed alla fusione tra prog, jazz e metal che tanto piace alle generazioni attuali ma la carica che proviene dalle sei corde è quella di dischi degli anni novanta. Pensate ai Limp Bizkit di ‘Chocolate Starfish And The Hotdog Flavored Water’ o ai Pitchshifter di ‘www.pitchshifter.com’. Avete goduto di Gemini Syndrome, Rise Of The Northstar e Novelists, dell’ultimo Bury Tomorrow, che ha molto più di crossover di quanto possa sembrare, e ora ‘Outside The Box’ ci sbatte in faccia quanto era micidiale la musica di quegli anni senza mai scomodare sentimenti nostalgici o retrogradi. ‘The Storm’ tenta di spezzare un po’ la tensione ma ci pensano ‘No Way Back’ e False Idols’ a riportare l’adrenalina alle stelle con breakdown assassini e groove che si appiccicano addosso. Sul finale riscopriamo ‘Elevate’, il primo singolo in assoluto della band, e ‘Buszy’, che l’etichetta aveva rilasciato come anteprima negli scorsi mesi suscitando una reazione a catena tra gli addetti ai lavori e trasformando gli Hacktivist nella rivelazione di quest’anno ancora prima che l’anno iniziasse. In conclusione un messaggio rivolto anche agli appassionati di hip hop. Ascoltate ‘Rotten’ con Astroid Boys e Jot Maxi oltre alla loro versione di ‘Niggas In Paris’ di Kanye West e Jay-Z e poi ne riparliamo.

agosto 19th, 2016

Atlantis Chronicles
Barton’s Odyssey

Fate un giretto su internet e troverete i francesi associati ai termini deathcore, melodic death e semplicemente death. Quindi gli Atlantic Chronicles fanno death direte voi. In parte è così, le influenze sono quelle e, almeno per la prima parte di carriera, è stato facile collocare la band nel filone che ha visto primeggiare Suicide Silence, Bring Me The Horizon piuttosto che Despised Icon e The Acacia Strain. Adesso però le cose stanno cambiando. Non solo nel combo si percepisce un senso di nazionalismo in più, con riferimenti cospicui al groove metal dei Gojira ed al crossover nudo e crudo di Rise Of The Northstar e Novelists, ma si evince un allargamento generale delle influenze che vanno dai Born Of Osiris ai Between The Buried And Me. Tra l’altro ‘Barton’s Odyssey’ regala il massimo verso la fine quando i coretti vengono messi da parte e il combo guidato da Antoine Bibent si permette il vezzo di sperimentare di più. La produzione a cura di Joshua Wickman – in passato al fianco di Within The Ruins e King 810 – è impeccabile, il guitar work elaborato e pezzi come ‘Upwelling’, ‘Flight Of The Manta’ e ‘50°s 100°w’ rappresentano l’esatta trasposizione in musica della terrificante visione mitologica di Pär Olofsson per la felicità degli appassionati della prima ora.

agosto 18th, 2016

Sankt Otten
Messias Machine

Tutto è nato dall’incontro con Harald Grosskopf degli Ashra e dalla collaborazione per ‘Wenn Ein Masterplan Keiner Ist’. A quel punto gli autori di ‘Sequencer Liebe’ e ‘Gottes Synthesizer’ hanno pensato di invitare altri musicisti per realizzare il loro “white album” e, considerate le difficoltà di assestarsi di nuovi ai livelli raggiunti con le due ultime release in studio, la sensazione è che l’idea sia stata quanto meno lungimirante. Non solo il contributo di personaggi del calibro di Jaki Liebezeit dei Can, Christop Clöser dei Bohren & Der Club Of Gore e Coley Duane Dennis dei Maserati arricchisce la varietà del tessuto ritmico ma in certi casi sia proprio la percezione che il songwriting abbia potuto elevarsi ad un piano superiore rispetto ad una volta. Logicamente la risposta definitiva l’avremo tra qualche mese quando potremo valutare se tracce quali ‘Du Hast Mich Süchtig Gemacht’ e ‘ Das Grosse Weinen Ist Vorbei’ avranno superato l’usura del tempo ma intanto possiamo godere liberamente della classe di Oliver Klemm e Stephan Otten abili anche a confrontarsi con approcci differenti. A sorprendere non è tanto la “grazia divina” del batterista ultrasettantenne quanto la capacità del theremin di Miles Brown, apprezzato nei mesi scorsi con Heirs e The Night Terrors, di inserirsi in un contesto apparentemente freddo e rigido come quello di ‘Mach Bitte, Dass Es Leiser Wird’.

Proudly powered by WordPress. Theme developed with WordPress Theme Generator.
Copyright © parole di Lorenzo Becciani. All rights reserved.