Crea sito

parole di Lorenzo Becciani

ottobre 1st, 2016

Arroganz
kaos.kult.kreation

Sulla falsa riga di quanto proposto di recente dai Mosfet di ‘Deathlike Thrash n’ Roll’ i tedeschi concedono alle stampe un secondo lavoro di assoluto spessore. In questo caso ci spostiamo geograficamente poco più a Nord dell’Austria e finiamo tra le lande nei pressi di Cottbus con tre musicisti determinati ad omaggiare fino in fondo le discografie di Celtic Frost, Dissection e Asphyx. Non a caso a masterizzare l’album è stato chiamato Ola Lindgren dei Grave, sostenitore per decenni di un certo tipo di suono ed attitudine. Lo sviluppo dal debutto è in ogni caso enorme e tracce quali ‘Mankind Is A Dying Whore’ e ‘Through Nightmares Into Black’ sono esempi perfetti di come le influenze black e death possono coesistere senza svilire le dinamiche e rendere l’ascolto noioso. La title track e ‘Crush Their Temple’ costituiscono altre due sassate niente male ma è con ‘Beyond Slavery’ e ‘Demand The Dark’ che il cantato offre il più eccitante spaccato del cupo immaginario sussistente tra Pestilence e Tsjuder. Giusto quello che serve per sfogare la rabbia repressa e mettersi alle spalle il putridume delle giornate trascorse in mezzo a persone inutili.

settembre 30th, 2016

Three Trapped Tigers
Silent Earthling

A cinque anni dal debutto ‘Route One Or Die’ si ripresenta sul mercato il trio londinese autore di un noise rock strumentale ricco di influenze e sfumature diverse. Le qualità del tastierista Matt Calvert sono fuori di dubbio e le collaborazioni con Brian Eno e Karl Hyde degli Underworld giocheranno sicuramente un ruolo importante a livello promozionale ma devo ammettere che ‘Silent Earthling’ non mi ha impressionato troppo. Sarà che ormai di contaminazioni tra stili ne vediamo di tutti i colori oppure che il mixaggio ha penalizzato oltremodo le chitarre. Fatto sta che una volta ascoltata la title track di altre sorprese ce ne sono poche e la scaletta scorre via senza emozionare. A tratti i Three Trapped Tigers ricordano i Long Distance Calling, altre volte drone, inserti kraut e math e combinazioni tra synth e batteria spingono su territori più heavy o spaziali ma lo stupore dura poco. Dal vivo la band ha accumulato esperienze importanti, supportando tra l’altro Deftones e Dillinger Escape Plan, e questo fa pensare che in tale dimensione le ritmiche possano diventare più spigolose e le improvvisazioni dei musicisti intriganti. Per il momento le collaborazioni con The Heritage Orchestra e gli studi su Joy Division, Goldie, Moroder e Vangelis hanno irrobustito il curriculum ma creato anche un po’ di confusione.

settembre 29th, 2016

Bruce Soord
Bruce Soord

Un album delizioso quello con cui il leader dei Pineapple Thief si separa per un breve periodo dalla sua creatura principale e risponde a qualche critica di troppo ricevuta in occasione dell’uscita della collaborazione con Jonas Renske dei Katatonia. In effetti quello dei Wisdom Of Crowds rimane un progetto non riuscito completamente mentre le presente canzoni, prese singolarmente, potrebbero essere tutti degli eccellenti singoli e, nel complesso, ci permettono di conoscere meglio un musicista che per il sottoscritto non ha ancora guadagnato la fama che meriterebbe per il suo contributo alla scena post prog ed all’art rock in genere. Al suo fianco troviamo Darran Charles, chitarrista dei Godsticks recentemente apprezzati con ‘Emergence’, e l’amore viscerale per Radiohead e Porcupine Tree si accompagna ad un approccio lirico ancora più intimo e emozionante di quello a cui siamo stati abituati finora. Il coraggio espresso in ‘The Odds’ e ‘Familiar Patterns’ contrasta con passaggi più canonici come ‘Buried Here’, che cita lo Steven Wilson di ‘Grace For Drowning’, e ‘A Thousand Daggers’, che potrebbe essere una b-side di ‘All The Wars’. A spiccare sono le atmosfere post rock di ‘Black Smoke’, la toccante ‘Born In Delusion’, che riflette un approfondito ascolto dei lavori solisti di Thom Yorke ed infine la suite ‘Field Day’. Il compito di chiudere questa piccola gemma discografica spetta alla commovente ‘Leaves Leave Me’ in cui il cantato raggiunge vette inattese anche dai seguaci più sfegatati.

settembre 28th, 2016

Dizzyride
Lend Me Your Ears

In attesa di farci ascoltare la prima fatica su lunga distanza Zoë Kiefl and Nicola Donà aka Horrible Present immettono sul mercato cinque outtakes e b-sides nate lo scorso anno da improvvisazioni lunari. Nastri e note vocali sono state portate a New York con un iPhone e, nel nome della psichedelia e del minimalismo, trasformate in qualcosa di concreto. ‘Death Of A Slow Song’ apre le danze con due minuti e mezzo nemmeno di indolenza psych-soul. Il remix di ‘Jungle’ e la prima versione di ‘Arrows’, impreziosita dalla presenza di Andrea Mancin alla batteria e Fritz Cook alle backing vocals, rappresentano il corpo dell’ep ma anche quando l’arpa di Mary Lattimore taglia in due ‘Taraxacum’ si ha la sensazione che i Dizzyride possano darci molto. Eccellente il mixaggio di Michael Busse che non ha fatto niente per nascondere la propensione disco di alcuni frangenti. Il supporto è garantito da We Will Never Being Boring e visto quanto il collettivo ha saputo fare per Birthh nei prossimi mesi ci sarà da aspettarsi qualcosa di molto serio.

settembre 27th, 2016

Gameface
Now Is What Matters Now

La nascita di questa band della California del Sud risale ai primi anni novanta ma per quasi tutto lo scorso decennio il quartetto è rimasto inattivo. Poco male perché ‘Now Is What Matters Now’ recupera l’adrenalina degli esordi ed offre un eccellente compendio di una proposta che dosa alternative rock e post hardcore in misure simili. Il songwriting del cantante e chitarrista Jeff Caudill emerge soprattutto in pezzi del calibro di ‘Come On Down’, Regular Size’ e ‘Picture Day’ in cui i cori vengono costruiti lentamente in modo da amplificarne l’effetto. ‘Swing State’ e ‘My Troubled Half’ sono caratterizzate da liriche più corpose mentre ‘Lifetime Achievement Award’ è un punk vecchio stile che farà piacere ai fans di vecchia data oltre ad alimentare la curiosità per chi non è mai riusciti a vederli dal vivo. Da segnalare le riuscite collaborazioni con Frank Daly dei Big Drill Car, Jon Bunch dei Sense Field, Kay Hanley dei Letters To Cleo (ex band di Stacy Jones degli American Hi-Fi) e Arty Shepherd degli Errortype:11. Considerata la solidità della tracklist un ritorno destinato a non passare inosservato.

settembre 26th, 2016

Bloody Hammers
Lovely Sort Of Death

Anders Manga è un vecchio furbone e nel suo studio sa perfettamente come fare suonare alla grande un disco. Da quando lo vediamo coinvolto con questo progetto stoner gothic fuzz doom metal il musicista del North Carolina ha saputo attrarre l’interesse di riviste specializzate, webzine e una parte di pubblico che non lo conosceva come devoto dell’ebm. Il problema di fondo è però rimasto lo stesso ovvero che i Bloody Hammers non hanno ancora accumulato l’esperienza live necessaria per permetterci di stilare un giudizio compiuto. Questo terzo full lenght non ha punti deboli, suona più potente del precedente e la componente elettronica è accentuata con uso massiccio di synth al fianco di riff rocciosi e bassi importanti. La paura che dal vivo tutto questo castello crolli è reale e sarebbe un peccato vista la consistenza di ‘Bloodletting On The Kiss’, ‘The Reaper Comes’ e ‘Messalina’. Tutti titoli che potrebbero piacere a Rob Zombie anche se ‘Lovely Sort Of Death’ sembra più propenso ad attrarre gli amanti di H.I.M. e Ghost. Inevitabile un allargamento della line-up che attualmente prevede solo il leader e la tastierista Devallia. Altrimenti tutti gli sforzi saranno inutili.

settembre 25th, 2016

Boy Jumps Ship
Lovers & Fighters

Il giovane quartetto di Newcastle upon Tyne torna sul mercato con un terzo ep assolutamente geniale. Intanto è da sottolineare quanto sia vincente la scelta di non concedere alle stampe un full lenght, magari con i classici filler da saltare dopo pochi secondi, e al contrario concentrarsi su un numero ristretto di brani di sicura efficacia. Inoltre la crescita della band è sotto gli occhi di tutti. Partiti con l’acclamato ‘Engines’ gli inglesi si sono rivolti al noto produttore Peter Miles, tra gli altri al servizio di Your Demise e We Are The Ocean, per il successivo ‘Be Good, Be Gracious’. Adesso, dopo una serie di tour che li hanno visti rispondere presente anche dal vivo, è venuto il momento di compiere l’ennesimo salto qualitativo. In questo senso le potenzialità commerciali di ‘Still Alive’ e ‘We’re Not Giving Up’ bilanciano alla perfezione i retaggi di Taking Back Sunday e Jimmy Eat World di ‘Call To Arms’. ‘Make You Proud’ ha quel sapore che punk che piacerà tanto alle ragazzine mentre ‘Start A Riot (Sick Of Trying)’ potrebbe essere una cover dei Clash e nessuno oserebbe proferire parola. La coppia formata da Si Todd e Jonathan Douglas sembra funzionare sul serio e la sezione ritmica che la supporta non ha niente da invidiare a quella di tante formazioni senza anima che popolano le classifiche alternative.

settembre 24th, 2016

Ultra Panda
The New Bear

Un trio in bilico tra post hardcore, punk e electro-funk che, appoggiato da un’etichetta lungimirante come Atypeek Music, potrebbe benissimo figurare nel ricercato programma del Météo Festival di Mulhouse, giusto per restare nel territorio transalpino. ‘The New Bear’ è un ep di quattro tracce folgoranti e folgorate che in apparenza potrebbero sembare senza capo né coda ma che in realtà crescono di ascolto in ascolto. I tre minuti iniziali di ‘Hunter’ sono sufficienti per rendersi conto del profilo tecnico dei ragazzi che citano i Glassjaw ma è ‘New Bear’ che trasmette al meglio la loro visione, più vicina agli anni ottanta ed alle produzioni elettroniche di quel periodo che al presente. ‘Dark Knight’ è un assalto all’arma bianca che dal vivo servirà a fare selezione tra il pubblico ed infine ‘MTGMA’ un gioiello decadente impreziosito dalla partecipazione dei Quator 440 agli archi. L’ep è scaricabile gratuitamente su Bandcamp ma vi consiglio ugualmente di procurarvene una copia fisica perché tra qualche anno potrebbe essere un pezzo da collezione.

settembre 23rd, 2016

Desaster
The Oath Of An Iron Ritual

Anticipato dal malefico estratto ‘Damnatio Ad Bestias’ raggiunge i negozi l’ottavo album della formazione blackened thrash metal tedesca di cui ricordo ancora i demo ‘The Fog Of Avalon’ e ‘Lost In The Ages’ e lo split con gli Ungod pubblicato da Merciless Records. Quello era un periodo di transizione nel quale i cd avevano definitivamente soppiantato le musicassette ma internet non era ancora diffuso e la promozione funzionava ancora con la posta tradizionale e le biografie fotocopiate. Da allora la band ha estesto le proprie influenze ma modificato ben poco una formula che non può prescindere da riff taglienti, batteria martellante e scream infernali. Le registrazioni si sono svolte, sotto la supervisione di Patrick W. Engel, all’insegna di un suono grezzo, potente e decisamente do it yourself con ‘Proclamation In Shadows’ e l’accoppiata finale, formata dalla title track e da ‘At The Eclipse Of Blades’, che spiccano in una scaletta corrosiva. Dopo lo split con i Soulburn una release che non cambierà la vita al quartetto guidato da Sataniac ma che conferma la consistenza di una formazione che nel circuito underground non ha molti rivali e la scelta azzeccata di Tormentor come nuovo drummer.

settembre 22nd, 2016

Rhapsody Of Fire
Into The Legend

Senza scadere nel ridicolo con estenuanti ed impropri paragoni è interessante vedere in quali direzioni si stanno muovendo Luca Turilli’s Rhapsody e Rhapsody Of Fire anche perché in entrambi i casi la qualità della musica proposta si sta imponendo a scapito delle chiacchere e degli inutili commenti sui cambi di line-up avvenuti. ‘Into The Legend’ è il risultato di due anni di intenso lavoro, registrazioni svoltesi in quattro studi diversi ed un gigantesco lavoro in termini di arrangiamento e produzione. La certezza è che se amate il metal sinfonico e le commistioni tra musica classica, opera e power non riuscirete a togliere quest’album dal vostro stereo per molto tempo. Non aspettatevi filler o passaggi trascurabili perché non ne troverete. Fin dal “principio” la scaletta risulta intrigante e, oltre ai virtuosismi di Alex Staropoli, mette in evidenza la sapienza chitarristica di Roberto De Micheli e la consueta estensione vocale di Fabio Lione. Quest’ultimo è addirittura migliorato negli ultimi anni probabilmente in seguito alle esperienze internazionali che lo hanno allontanato per un po’ di tempo dal suo progetto principale. ‘Distant Sky’ e la title track non hanno bisogno di grandi presentazioni perché corrispondono esattamente a quello che i fan dei Rhapsody chiedono da anni mentre passaggi come ‘A Voice In The Cold Wind’, ‘Shining Star’ e ‘The Kiss Of Life’ segnano una progressione importante rispetto a ‘Dark Wings Of Steel’ che invece mi aveva deluso parecchio. Al ritrovato affiatamento tra il leader ed il chitarrista si aggiunge la condivisibile scelta di propendere per strutture ritmiche solide ma allo stesso tempo dinamiche, mai finte o “plastificate” come quelle di tante altre uscite del genere. Il suono della batteria è finalmente naturale e l’epica ‘Realms Of Light’ è la traccia che ne guadagna di più. Il prossimo tour ci dirà se possiamo parlare dell’inizio di una nuova era.

Proudly powered by WordPress. Theme developed with WordPress Theme Generator.
Copyright © parole di Lorenzo Becciani. All rights reserved.