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parole di Lorenzo Becciani

maggio 26th, 2017

Karg
Weltenasche

Uno dei dischi più cupi dello scorso inverno è stato certamente il quinto full lenght di questa malvagia entità austriaca che da otto anni si distingue per un black metal atmosferico di spessore. Rispetto al passato ‘Weltenasche’ dimostra come alle influenze ambient V. Wahntraum, anche nei Harakiri For The Sky, abbia aggiunto elementi post rock e hardcore nell’ottica di variare la proposta e distaccarsi dal concetto purista della vecchia scuola. Non tutto funziona nel successore di ‘Malstrom’ ed a tratti si sente la mancanza dell’urgenza dei primi due capitoli discografici denominati ‘Von den Winden Der Sehnsucht’, eppure la profonda sensazione di distacco descritta da ‘Le Couloir des Ombres’ e ‘Solange das Herz schlägt…’ è qualcosa che ti si attacca addosso e della quale ci si libera con difficoltà. Se amate anche voi isolarvi da ciò che vi circonda, scavare nel proprio inconscio alla ricerca di risposte e soprattutto ascoltare album fuori dall’ordinario, ‘Weltenasche’ fa al caso vostro e la chiusura epica di ‘(MMXVI/Weltenasche)‘ lascia intravedere un futuro che potrebbe ripercorrere alcune tracce lasciate da Blut Aus Nord e Ulver.

maggio 25th, 2017

Sanctuary
Inception

Operazioni come questa di solito vengono considerate di bassa lega o comunque un mezzo subdolo per fare un po’ di soldi senza troppa fatica. In realtà l’idea di Lenny Rutledge, che ha trovato i master risalenti alle prime sessioni di registrazione della storica band originaria di Seattle, è stata perseguita con l’onestà e l’attenzione ai dettagli che compete ai primi della classe. Grazie al contributo di Chris “Zeuss” Harris le canzoni sono state restaurate in maniera da dare vita ad un vero e proprio prequel di ‘Refuge Denied’. Ricordo come fosse ora il demo del ‘86 con il quale il nome dei Sanctuary iniziò a circolare nel circuito internazionale. In quella musicassetta erano registrati solo due brani ovvero ‘Inside My Brain’ (con Warrel Dane che ripeteva spiritato “I am insane”) e ‘Incubus’ (poi diventata la mitica ‘Dream Of The Incubus’) ma il clamore suscitato fu sorprendente ed a breve arrivarono il contratto con Dave Mustaine e Epic Records. A distanza di trent’anni e nel bel mezzo della reunion, che ha visto i Sanctuary ottenere un discreto riscontro con ‘The Year The Sun Died’, la visione di allora è stata rispettata fedelmente. ‘Soldiers Of Steel’ è il simbolo di influenze thrash e power che in seguito vennero sviluppate fino alla release di ‘Into The Mirror Black’, al conseguente scioglimento e alla nascita dei Nevermore. In attesa del nuovo lavoro in studio, provvisoriamente intitolato ‘Dead Again’ e annunciato come un mix tra old school thrash e sonorità moderne, le versioni più grezze di ‘Death Rider/Third War’ e ‘Battle Angels’ emergono assieme alla cover di ‘White Rabbit’ dei Jefferson Airplane.

maggio 24th, 2017

Feral
From The Mortuary

Il gruppo originario di Norsjö torna sul mercato con cinque tracce ispirate alla vecchia scuola death metal alle quali si aggiunge la micidale cover di ‘Relentless’. A sorprendere non è soltanto il materiale inedito ma soprattutto la versione aggiornata di ‘Necrofilthiac’, presente sulla mitica colonna sonora “Afterparty Massacre”. I suoni ottenuti ai Pagan Hell Studios di Skellefteå sono più o meno quelli di ‘Where Dead Dreams Dwell’ col basso di Viktor Eriksson in grande evidenza e il vocione di David Nilsson capace di evocare i vostri incubi peggiori. La crescita dei Feral è indubbiamente contraddistinta con i progressi del batterista Roger Markström in grado di competere con i maggiori esponenti della scena revival e citare senza vergogna i maestri che tutti conosciamo. Dal mini tour coi Six Feet Under è passato tanto tempo e adesso ‘From The Mortuary’ si rivela un’eccellente presentazione per chi ancora non si è reso conto della potenzialità di questa realtà della Cyclone Empire (Paganizer, Bodyfarm, Facebreaker..). Splendido l’artwork a cura di Costin Chioreanu (At The Gates, Mayhem) e da brividi gli assalti al fulmicotone di ‘The Hand Of The Devil’ e ‘The Rite’. Restiamo in attesa del terzo full lenght che dovrebbe sancire la definitiva consacrazione e magari aprire qualche porta sui mercati oltreoceano.

maggio 23rd, 2017

Vesen
Rorschach

Una volta compresi pregi e difetti di una proposta come quella di ‘This Time It’s Personal’, i norvegesi si sono spinti su livelli qualitativi più alti misurandosi con un lugubre concept che si adatta bene al loro blackened thrash. ‘Rorschach’ non è solo un full lenght ambizioso che denota progressi tecnici significativi da parte degli ex Svarte Faen ma un perfetto esempio di come sia possibile mitigare crudezza e malvagità con una narrazione attenta ai particolari, malinconica e spettrale. Anche se non siamo ancora alle vette compositive a cui si assestano i primi della classe, il songwriting dei Vesen appare più coeso e incisivo, Dag Olav Husås è un ossesso dietro le pelli e il lavoro del nuovo bassista Stein Roger Sund, ex Einherjer e Thundra, è messo in evidenza nel mixaggio. I leader restano Ronny Østli e Thomas Ljosåk, entrambi anche nei Devil, e passaggi come ‘Pray For Fire’ e ‘Final Insult’ troveranno facili consensi tra gli appassionati del genere. Le più lunghe ‘Vulgar, Old And Sick Blasphemy’ e ‘Away The Tormentor’ si distinguono invece come due manifesti di una visione più complessa di quella a cui siamo abituati a confrontarci di solito.

maggio 22nd, 2017

Firewind
Immortals

Le novità principali che caratterizzano l’ottava fatica in studio degli ellenici sono il ritorno di Henning Basse al microfono ed il notevole contributo in fase di songwriting e produzione da parte di Dennis Ward, che a breve vedremo protagonista anche con Place Vendome. I cinque anni trascorsi dall’uscita di ‘Few Against Many’ sono premiati da un power metal sontuoso, ricco di sfumature melodiche ma anche di parti soliste e stacchi ritmici potenti. In attesa delle prossime mosse di Ozzy Osbourne, Gus G. ha voluto regalare ai propri seguaci un album vecchia scuola irrobustendolo con un concept sulle battaglie delle Termopili e di Salamina durante la seconda invasione persiana del 480 A.C. L’artwork di Gustavo Sazes ben descrive l’epicità di un full lenght che raggiunge il suo apice in coincidenza di ‘Ode To Leonidas’, ‘Back On The Throne’ e una title track nella quale il chitarrista, ex-Dream Evil e Nightrage, sfodera un assolo da brividi. Sebbene non sia convinto che ‘Apotheosis – Live 2012’ abbia chiuso l’era di Apollo Papathanasio, il cantato è di eccellente fattura così come le performance di Johan Nunez e Bob Katsionis. Le fiamme bruciano altissime.

maggio 21st, 2017

Cynic
Uroboric Forms – The Complete Demo Recordings

Questa raccolta contenente i quattro demo registrato dallo storico gruppo death dal 1988 al 1991, ovvero agli albori del genere quando ancora la componente prog non era così marcata, avrebbe potuto benissimo essere distribuita gratuitamente online. Premesso questo, nelle presenti tracce si nasconde il genio e l’impeto creativo che portarono alla nascita di ‘Focus’, uno dei masterpiece metal della prima metà degli anni novanta, ancora oggi punto di riferimento assoluto per il technical death e la fusione di stili diversi. In attesa di entrare nei mitici Morrisound di Tampa, la prima incarnazione dei Cynic – formata dal cantante Jack Kelly, dal bassista Mark van Erp e dalle due menti pensanti, il chitarrista Paul Masvidal ed il drummer Sean Reinert – incise su nastro ‘Uroboric Forms’, ‘The Eagle Nature’ e ‘Pleading For Preservation’. In seguito la line-up vide l’ingresso del chitarrista Jason Gobel e del bassista Tony Choy con la decisione da parte di Paul Masvidal di occuparsi anche delle parti vocali e l’incontro con Steve Burns che cambiò la storia del metal estremo. A completare la release l’audizione del cantante Brian DeNeffe (Viogression, Morta Skuld) che venne contattato prima di registrare il debutto all’insorgenza di problemi vocali di Masvidal, fortunatamente poi risolti.

maggio 20th, 2017

Pain Of Salvation
In The Passing Light Of Day

Il mio rapporto con Daniel Gildenlöw è cresciuto negli anni e devo dire che ha arricchito quella che considero un’esperienza sensoriale su più livelli, non certo solamente musicali. Col tempo mi sono avvicinato alle release dei Pain Of Salvation quasi dimenticandomi che fossero una prog metal band o comunque che la loro proposta si inserisse in un determinato contesto. Ciò perché album come ‘BE’, ‘Scarsick’ e ‘Road Salt’ hanno saputo sorprendermi ed accendere il mio interesse all’indomani della consacrazione internazionale e indipendentemente da un profilo tecnico superiore alla media. Alle escursioni acustiche di ‘Falling Home’ ed al doveroso omaggio al capolavoro ‘Remedy Lane’, fa seguito una manciata di tracce che ripropone la candidatura degli svedesi ai vertici dello scenario prog e che impressionano per solidità e lungimiranza dell’approccio compositivo. Il riff sporco di ‘On A Tuesday’ introduce un lavoro in studio che non ammette cali di tensione e segna un ritorno alle origini con partiture strumentali intricate, ritmiche heavy e liriche di spessore. I problemi di salute del leader hanno senza dubbio inciso sul suo desiderio di rivalsa ma fin dalle prime canzoni si percepisce come determinante il contributo in fase di songwriting da parte di Ragnar Zolberg. Non solo il chitarrista islandese ha prestato un pezzo dei suoi Sign, trasformato nella magnifica ‘Meaningless’, ma la sua presenza ha spinto su un livello superiore la costruzione delle linee armoniche e la caratura degli assoli. Non da meno la performance di Léo Margarit che si esalta soprattutto in ‘Angels Of Broken Things’ ma in generale ‘In The Passing Light Of Day’ sembra essere il compromesso ideale tra vecchi fan e le fasce più giovani di pubblico che amano le produzioni moderne, l’innovazione in termini di strumentazione ed i ritmi sincopati.

maggio 19th, 2017

Aenaon
Hypnosophy

La progressive black metal ellenica rappresenta una cocente delusione per il sottoscritto e non perché il presente ‘Hypnosophy’ non valga qualitativamente i suoi predecessori ovvero ‘Cendres Et Sang’ e ‘Extance’. Il problema è che due album del genere avrebbero dovuto spingere la band ad incrementare la propria attività live e di conseguenza a guadagnare un contratto discografico più importante. Ciò non è successo e potremmo stare a discutere per ore sulle colpe dei musicisti o l’incapacità della scena locale di supportare chi veramente merita. Dal punto di vista stilistico ‘Hypnosophy’ segna una diretta evoluzione rispetto a ‘Extance’, caratterizzata da stacchi ritmici portentosi e pezzi oltre i sei minuti con l’eccezione di ‘Tunnel’, che infatti è una sorta di intermezzo tra la prima parte della scaletta e l’epico finale. L’artwork di Łukasz Wodyński ben descrive le atmosfere bollenti nelle quali l’ascoltatore si imbatte a partire da ‘Oneirodynia’. Le vocals disperate di Astrous e il sax di Orestis allargano in maniera cospicua lo spettro di riferimento degli Aenaon che con ‘Fire Walk With Me’ e ‘Phronesis – Psychomagi’ hanno probabilmente raggiunto l’apice del loro concept invasivo. Se non passassero alla storia sarebbe davvero triste.

maggio 18th, 2017

Demon
Cemetery Junction

Qualcuno potrebbe chiedersi che senso abbia un altro album dei Demon al giorno d’oggi e la discussione in merito potrebbe essere senza dubbio interessante. Personalmente potrei spendermi in complesse analisi del mercato o suggestioni retrograde ma secondo il mio modesto parere certe sensazioni vanno vissute sulla propria pelle e le parole, in certi casi, servono a poco. Sei anni fa ho avuto la fortuna di partecipare al British Steel Fest all’Estragon di Bologna, in cui i Demon si esibirono insieme a Girlschool, Angel Witch e Diamond Head e gli occhi dei presenti, il sudore e l’eccitazione sotto palco, i cori cantati a memoria dalla prima all’ultima fila. Questo è il motivo per cui ha ancora senso che esca un album come ‘Cemetery Junction’. Non ce ne sono altri e paragonarlo a ‘Spaced Out Monkey’, ‘Better the Devil You Know!’ o ‘Unbroken’, ovvero i capitoli discografici più recenti degli inglesi, sarebbe ridicolo. Dave Hill si sbatte ancora perché si parli di una leggenda della NWOBHM e canzoni come ‘Life In Berlin’ e ‘Queen Of Hollywood’ servono più che altro per organizzare altre date in giro per il globo. Quest’ultima è legata alla dimensione più dark e ossianica dei Demon, come ‘Turn On The Magic ‘ e la formidabile title track, mentre l’hard blues di ‘ Thin Disguise’ e la progressive ‘Heart Of Our Time’ rappresentano minime deviazione su un tema consolidato.

maggio 17th, 2017

Megatherium
Superbeast

Il termine “megatherium” in un modo o nell’altro mi rimanda al capolavoro dei Celtic Frost dell’ex Hellhammer Tom G. Warrior ed a ‘Theli’, forse l’album più riuscito di tutta la discografia dei Therion di Christofer Johnsson. In questo caso il riferimento va ad una delle gemme nascoste dell’underground di casa nostra, un’entità stoner doom micidiale che rischia di fare sfaceli fin dall’esordio su lunga distanza. L’EP ‘Retrosky’ è servito ai veneti per modellare col tempo i propri pezzi e trovare un sound personale e incisivo, la produzione di Gianluca Bianco è quanto mai organica e gli undici monoliti presenti in scaletta sono solo un assaggio delle loro potenzialità. Quando il pericoloso mammifero mitologico si sposta verso territori doom la mente vola ai Cathedral di Lee Dorrian ed alle uscite più sfiziose della Rise Above. Quando invece è la componente stoner a dominare veniamo travolti da ondate furiose di psichedelia sorrette dalla batteria marziale dell’ex Aneurysm “Torre” e da chitarre spaziali. Troppe volte band di questo tipo hanno un frontman di sufficiente-medio valore che si preoccupa più dell’impatto live e di non rendere noiosa la materia proposta. In questo caso invece siamo al cospetto di un cantante di assoluto spessore come Manuele Germiniani che arricchisce il tessuto strumentale con parti vocali solenni e liriche ispirate all’apocalisse, alla redenzione ed all’infinito dilemma tra bene e male. ‘Refuse To Shine’ e i tredici minuti di ‘Twiceman’ danno subito la misura delle profondità del sound dei Megatherium ma ‘Superbeast’ cresce alla distanza e colpisce l’ascoltatore con dei sonori schiaffoni, impedendogli qualunque tipo di reazione. ‘Ghost Of The Ocean’ ricorda i Lesbian, la spettrale ‘Cleveland (Is Far From Here)’ potrebbe tranquillamente essere dei Neurosis ma gli apici del lavoro sono senza dubbio ‘The Wolf And The Deer’, diretta come un pugno allo stomaco, e l’epica ‘Betrayers Everywhere’.

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