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parole di Lorenzo Becciani

aprile 26th, 2017

Implore
Depopulation

Provengono da Amburgo, escono per un’etichetta proiettata verso il futuro come la Pelagic Records e sono portatori di un sound che miscela black, death, crust e grind in proporzioni abbastanza eque. Dopo un paio di ep e la collaborazione con Kevin Talley il trio si è chiuso in studio per dare ancora più sostanza alla propria proposta e cercare di catturare attenzione al di fuori dei propri confini. Liriche che si schierano contro il fascismo e le religioni organizzate, riflessioni sull’opera di Hegel e tematiche filosofiche, una batteria ossessiva e chitarre che non perdono l’occasione di accelerare il ritmo sono le caratteristiche peculiari di ‘Depopulation’ che punta su un impatto deflagrante, come si puo’ evincere anche dal cupo artwork, ma lascia emergere pure alcune sfumature interessanti. Il consiglio è quindi quello di non limitarvi ad ascoltare solo qualche volta quest’album perché in diverse circostanze – le più eclatanti ‘Sentenced’, ‘Thousand Generations’ e ‘Iscariote’ – la sezione strumentale offre delle sorprese. La produzione è progredita rispetto a ‘Black Knell’, gli improvvisi rallentamenti coincidono con le maggiori possibilità di evoluzione dal punto di vista stilistico e l’esperienza maturata in questi anni dal bassista e cantante Gabbo Dubko – ex Hiss from the Moat, Stained Blood e Horns of Resistance – dovrebbe pagare anche dal vivo.

aprile 25th, 2017

Evra
Lightbearer

Trenta minuti di sperimentazione tra hardcore, doom e stoner per questo gruppo di Copenhagen che potrebbe togliersi soddisfazioni importanti in futuro. Un po’ come tutte le realtà emergenti del loro paese la produzione è legata alle maggiori uscite americane dei generi citati ed un altro punto di riferimento è rappresentato sicuramente dall’evoluzione avuta di recente dai Cancer Bats con l’impegno di Liam Cormier nell’omaggio ai Black Sabbath. ‘Lighbearer’ è una discesa negli abissi della desolazione racchiuso tra ‘I Lysets Skær’ e ‘Formørket’ con riff granitici e le urla di Frederik Pedersen che rivestono le atmosfere di una tinta oscura. Un po’ come i norvegesi Leprous, gli Evra non sono però una band monodimensionale. Al contrario il debutto, accompagnato da un art work niente male, presenta tracce come ‘Paranoia’ e ‘Let Them Fall’ che dal vivo potrebbero mutare forma e spingere i musicisti in direzioni più aperte melodicamente e se vogliamo commerciali. ‘Curse Of The Moon’ e ‘The Occultist’ sono altrettanto efficaci ma allo stesso tempo derivative ed è proprio sul fattore personalità che i danesi dovranno lavorare per mettersi alle spalle la concorrenza. Da migliorare anche la produzione delle chitarre mentre la batteria di Nicholas Meents è già competitiva con le migliori release del momento.

aprile 24th, 2017

Hanging Garden
Blackout Whitehout

Continuo a pensare che i finlandesi siano una band che meriterebbe una consacrazione internazionale e che probabilmente non abbia ancora ottenuto quello che avrebbe meritato. Non so se sia più colpa della numerosa concorrenza sussistente nella loro nazione di provenienza – in generale in ambito melodic metal nell’intera scena scandinava – oppure dei mezzi non adeguati della loro etichetta ma il problema sussiste. Dopo il toccante ‘At Every Door’ e l’ep ‘I Was a Soldier’ la mossa del sestetto è stata quella di sottolineare ancora di più il contrasto tra bianco e nero, tra malinconia e tematiche oscure e la solarità di certi passaggi melodici. Così accade di rimanere intrappolati nel post doom della opener ‘Borrowed Eyes’ e non capire già più niente, per poi rendersi conto che ‘Whitehout’ e ‘Eclipse’ non rappresentano altro che la fusione ideale tra ‘The Great Cold Distance’ dei Katatonia e ‘In Requiem’ dei Paradise Lost. Il contributo più personale è fornito dai synth di Nino Hynninen che risplendono in ‘Embers’ e ‘My Rise Is Your Fall’ così come dall’interpretazione vocale di un Toni Toivonen sempre più convincente. Pensando agli ultimi lavori di Swallow The Sun e The Man Eating Tree forse manca un singolo in grado di imporsi in rete e nelle emittenti radiofoniche ma ciò non toglie che ‘Blackout Whiteout’ si esponga come una prova di maturità di fronte alla quale è sul serio impossibile rimanere indifferenti.

aprile 23rd, 2017

Phantom Winter
Cvlt

In attesa di ascoltare il nuovo full lenght dei Deafheaven il peccato originale dei tedeschi riprende per filo e per segno il discorso interrotto dagli Omega Massif di cui ricordiamo i magnifici ‘Geisterstadt’ e ‘Karpatia’ e ritroviamo il chitarrista Andreas Schmittfull ed il batterista Christof Rath. Nel culto dei Phantom Winter confluiscono sonorità estreme da almeno quattro generi ovvero black, postcore, doom e sludge ma non aspettatevi un suono ricco di sfumature o variazioni sul tema. I musicisti in questione hanno preso in prestito idee da decine di colleghi illustri – tra i quali potremmo indicare Ulver, Isis, Neurosis e Explosions In The Sky su tutti – per poi costruire un monolite compatto che non ammette reazioni di alcun tipo.‘Avalanche Cities’ mi ha riportato addirittura alla mente i Lesbian del bellissimo ‘Stratospheria Cubensis’ ma è difficile scegliere un pezzo piuttosto che un altro proprio per le ragioni espresse qualche riga prima. Nessun titolo è in grado di trasmettere la sensazione di gelo che emerge dall’ascolto dell’album nella sua interezza. Forse i nove minuti di ‘Wintercvlt’ perchè sanno tanto di manifesto programmatico ma la smentita è pronta dietro l’angolo. Quello che conta è che i Phantom Winter fanno male, lo fanno consapevoli dei loro mezzi esattamente come Golden Antenna è consapevole di avere messo a segno un altro colpo considerevole. Non ho il coraggio di pensare come potrebbero diventare con un po’ di elettronica ma già così si candidano a rivelazione dell’anno incrementando il desiderio di vederli dal vivo al più presto.

aprile 22nd, 2017

Coal Chamber
Rivals

Lo so benissimo cosa state pensando. Molti di voi alla notizia del ritorno dei Coal Chamber avranno dato per scontato che questa fosse l’ennesima reunion fatta esclusivamente per soldi, un pasticcio di interessi con ispirazione e grado di coinvolgimento pari allo zero. Sì certo. Provate ad inserire ‘Rivals’ nel vostro stereo e farete fatica a continuare ad intendere e volere. Sarà anche vero che prima o poi il crossover ed il nu metal si presteranno a meschine operazioni di revival ma è sufficiente ascoltare una sola volta questo album per rendersi conto che lo spirito è quello giusto e la sostanza non manca assolutamente. La prima considerazione deriva dal fatto che in questo frangente Dez Fafara non è stato con le mani in mano ma si è spaccato letteralmente il culo con i DevilDriver portandoli ad un successo superiore a qualunque aspettativa. Tutta quell’aggressività accumulata non è svanita nel nulla ma si è riversata in buona parte del materiale al pari del tentativo di recuperare l’energia e la freschezza di fine anni novanta. Anche Miguel Rascón e Mike “Bug” Cox dimostrano di non avere smarrito lo smalto e di colpo il lasso temporale sussistente col tormentato ‘Dark Days’ svanisce nel nulla. Il riff portante di ‘I.O.U Nothing’ riporta alla mente ‘Loco’ ed il frontman si dimena quasi fosse all’ultimo appuntamento della sua lunga carriera. ‘Bad Blood Between Us’ parla chiaro e descrive i problemi interni alla band in seguito all’abbandono di Rayna Foss. A percuotere le corde del basso troviamo di nuovo la bellissima Nadja Peulen ed in tutta sincerità nessuno sembra avvertire l’assenza della bassista originale. ‘Suffer In Silence’ vede la partecipazione di Al Jourgensen dei Ministry mentre ‘The Bridges You Burn’ cita i Korn senza troppa vergogna. ‘Another Nail In The Coffin’, la title track e ‘Over My Head’ sono altri passaggi in grado di liberare adrenalina in quantità copiosa e soprattutto di non scadere mai nel banale. E’ chiaro che la nostalgia per ‘Coal Chamber’ e ‘Chamber Music’ – per chi scrive uno dei capitoli più significativi di quel periodo – rimarrà in ogni caso ma ciò non toglie che la sfida alle band di oggi sia lanciata a tutti gli effetti. E credetemi signori, saranno davvero in poche a potersi permettere di competere su tali livelli.

aprile 21st, 2017

Siriun
In Chaos We Trust

Un metal moderno e brutale ma ricco di referenze latine, parti progressive e chitarre acustiche. Questa la proposta dei brasiliani che concedono alle stampe un debutto fantastico avvalendosi delle superlative prestazioni di Kevin Talley, batterista che ha legato il suo nome a formazioni quali Six Feet Under, Suffocation, DevilDriver e Feared. La mente dietro al progetto è il chitarrista-cantante Alexandre Castellan che ha chiaramente subito l’influenza di masterpiece come ‘Schizophrenia’, ‘Chaos A.D.’ e ‘Roots’ dei Sepultura ma dimostra allo stesso tempo una passione notevole per l’approccio più elaborato e melodico di Sanctuary e Nevermore. Sebbene si tratti di un’autoproduzione, l’album si rivela una sorpresa dall’inizio alla fine. Alcuni pezzi come ‘Mass Control’, ‘Infected’ e la title track sorprendono per aggressività e compattezza, con un groove death impossibile da non assecondare fisicamente, mentre altri passaggi, mi vengono in mente ‘Cosmogenesis’ e ‘Transmutation’, mostrano una band pronta a rivolgere lo sguardo anche verso altri orizzonti artistici. La sezione ritmica viene completata dal bassista Hugo Machado, che risplende in ‘Spread Of Hate’ e ‘Becoming Aware’, ed il guitar work stellare. Per la stipula di un contratto di distribuzione internazionale non dovrebbe mancare molto.

aprile 20th, 2017

Djevel
Saa Raa Og Kald

Pochi gruppi come i norvegesi sono in grado di riflettere in musica l’angoscia dei nostri incubi. La loro nascita non ha provocato troppi sussulti in un movimento dai tratti ambigui che ancora cerca risposte e nella quale le vicende del famigerato Inner Circle vengono narrate quasi fossero leggende norrene di chissà quanti secoli fa. Forse perché i Djevel nell’immaginario degli addetti ai lavori sono stati considerati fin dall’inizio un supergruppo oppure un progetto parallelo a cui attribuire scarsa durata e limitata lungimiranza. Un grave errore perché a rigorosa distanza di due anni l’uno dall’altro, prima ‘Besatt Av Maane Og Natt’ e adesso ‘Saa Raa Og Kald’, hanno confermato l’urgenza di ‘Dødssanger’ aumentando ancora di più lo spessore delle litanie oscure della band. La formazione è sempre la medesima con Mannevond (attivo anche con Koldbrann e Nettlecarrier) al basso, Trond Ciekals (pure lui nei Nettlecarrier ma anche nei cupi Ljå), l’ex Enslaved e Aura Noir Dirge Rep alla batteria e soprattutto Erlend Hjelvik dei Kvelertak a sputare sangue nel microfono. Anche l’ispirazione per questo terzo full length nasce dai primordi del black metal, da quella musica lancinante che seppe rappresentare un’alternativa al death ed al thrash nonché descrivere nel migliore dei modi l’atmosfera spettrale di estese lande quasi sempre caratterizzate da temperature glaciali e poche ore di luce. A ‘Skritt For Skritt Mot Mareritt’ spetta il compito di introdurre di nuovo l’ascoltatore nell’universo malato dei Djevel e quando scocca l’ora di ‘Vaar Forbannede Jord’ è già il momento di considerare seriamente una visita dallo psichiatra. Con il passare del tempo le visioni della band si sono fatte sempre più cupe, le melodie ancestrali che si sviluppano tra riff ossessivi e stacchi ritmici ferali pesano come macigni sullo stomaco e la sensazione è che il grado di cinismo raggiunto con la presente release sia addirittura superiore a quanto prodotto in passato. ‘De Som Haddle Onde Oeyne’, ‘I En Iskald Gray’ e la title track omaggiano le fondamenta esibendo un desiderio di spostarsi verso orizzonti differenti. Magari celato o comunque solo accennato. ‘Om Prest Og Pest’ e ‘Norges Land Og Rike’ sono invece passaggi che solo chi conosce a memoria la discografia di Darkthrone e Mayhem potrà comprendere a fondo. In tale intransigenza risiede il premio maggiore per chi si avvicinerà all’album sebbene l’apice assoluto coincida con la magnifica ‘Hode Og Hals I Doedsvals’ con la quale è possibile riassumere una progressione sonora che ci auguriamo non si arresti proprio adesso.

aprile 19th, 2017

Metz
II

Si definiscono noise rock ed escono per un’etichetta tutelare come la Sub Pop. Sono canadesi e non hanno perso tempo a trovare il titolo giusto per la loro seconda fatica in studio. Dalle parole del frontman Alex Edkins sembra trasparire un atteggiamento disilluso, al limite dell’irritazione a causa della pressione che la stampa e gli addetti ai lavori hanno trasmesso alla band. In realtà, ascoltando ‘II’, tutte queste difficoltà non emergono e si ha spesso la sensazione di essere al cospetto di musicisti spettacolari. Per trenta minuti i Metz rileggono Nirvana e Jesus Lizard, post punk e hardcore. Le loro distorsioni sono ciniche e l’attitudine lo-fi contrasta apertamente con le produzioni pulite ed effettate di oggi. Forse per questo ‘Acetate’, ‘Spit It Out’ e ‘Eyes Peeled’ mi piacciono tanto. La sezione ritmica, formata dal bassista Chris Slorach e dal drummer Hayden Menzies, si sbarazza di qualunque luogo comune e tira diritto per la sua strada quasi come se stesse registrando nello studio di Steve Albini e non si curasse di null’altro. Non c’è bisogno dell’elettronica per fare funzionare le cose e la rapidità con cui l’album volge al termine è sintomo di freschezza e non superficialità. Sarà curioso vedere se il trio saprà esportare la propria proposta e dimostrare anche dal vivo le sue qualità ma le potenzialità per fare bene ci sono tutte.

aprile 18th, 2017

Dark Sarah
Behind The Black Veil

Dietro il velo nero si cela il soprano finlandese Heidi Parviainen che ricorderete per il suo passato negli Amberian Dawn e per le collaborazioni con Eternal Tears Of Sorrow e Ensiferum. Nella lista degli ospiti di questo primo full lenght, che segue di un anno circa l’ep ‘Violent Roses’, troviamo Tony Kakko dei Sonata Arctica, Manuela Kraller degli Xandria, Heikki Saari dei Naildown, Inga Scharf dei Van Canto, Kasperi Heikkinen degli U.D.O. e Jukka Koskinen dei Wintersun. La vera protagonista è però lei, con la sua voce incantevole ed una personalità fuori dal comune. I video di ‘Save Me’, ‘Memories Fall’, ‘Hunting The Dreamer’ e ‘Light In You’ hanno anticipato la release svelando a poco a poco i suoi segreti ma soprattutto evidenziando fin dall’inizio l’apertura mentale di questo progetto. Ascoltando ‘Behind The Black Veil’ infatti vi imbatterete in un ambizioso mix tra musica classica, symphonic metal e gothic nel quale la componente teatrale e’ predominante su quella cinematica ed il suono estremamente pulito e onesto. Scordatevi le produzioni bombastiche che si sentono in giro adesso anche perché il drammatico concept legato all’album male si sarebbe adattato ad una scelta di quel tipo. Il consiglio è quello di ascoltarlo tutto di un fiato, lasciandovi travolgere dalle emozioni e scoprendo il grado di intimità che l’artista in questione ha saputo, col tempo, creare con il suo affezionato pubblico. ‘Silver Tree’ e ‘Sun Moon Stars’, forse volutamente accostate in scaletta, sono le tracce che più si differenziano dalle altre. La prima è tirata e perfetta per la dimensione live. La seconda potrebbe essere tranquillamente un singolo da Eurovision Contest. I prossimi mesi ci diranno se Sarah e la sua storia spingeranno Heidi Parviainen a guadagnarsi il rispetto dell’intera comunità internazionale

aprile 17th, 2017

Nashville Pussy
Ten Years Of Pussy

Ma pensateci bene. Da quando ascoltate musica vi siete imbattuti in decine di band capaci solo di inneggiare alla storia del rock n’ roll e scopiazzare i dischi degli avi. Quelle che hanno scritto veramente la storia si contano sulle dita di una mano e spesso non hanno ricevuto nemmeno un riconoscimento economico o di popolarità internazionale pari alla loro bravura. I Nashville Pussy rientrano senza dubbio in tale categoria. Hanno esordito nel ’98 con ‘Let Them Eat Pussy’, si sono ripetuti due anni dopo con ‘High As Hell’ e da allora girano il mondo con il loro furibondo mix di southern metal, stoner e hard rock a stelle e strisce. A dieci anni da ‘Dirty Best Of Nashville Pussy’, uscita per Axe Killer Records, ‘Ten Years Of Pussy’ raccoglie il meglio dell’ultimo periodo della band della Georgia con sei tracce registrate live a Notthingham come bonus. Nella lista degli ospiti compaiono Danko Jones (‘I’m So High’), Lemmy Kilmister (‘Lazy Jesus’) e Ron Heathmann dei Supersuckers (‘Nutbush City Limits’) ma i protagonisti sono sempre loro due. Marito e moglie. Quello sguaiato di BlaineCartwright e Ruyter Suys, una delle chitarriste più dotate e sottovalutate del pianeta. A ‘Come On Come On’ e ‘Ruby It To Death’ spetta il compito di introdurre l’ascoltatore in un locale fumoso, pieno di bikers e donne vestite in modo succinto con un odore quasi insopportabile di whisky e birra. ‘Before The Drugs Wear Off’, ‘Pussy Time’ e ‘Stone Cold Down’ i passaggi imperdibili in attesa che venga pubblicato il successore di ‘Up The Dosage’.

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